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Il blog di Beppe Giuliano Monighini. Dal 2003
29 novembre 2012
Confini


Splendide fotografie di vecchie dogane di confine europee, oggi abbandonate, di un fotografo polacco, Josef Schulz, sul sito di Il Post.
Da ammirare. Anche per rilassarci un po' e pensare che il mondo prosegue oltre i nostri confini sempre troppo stretti e chiusi.





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20 novembre 2012
Jodie
"Caro signor Bickle, non so dirle quanto mia moglie e io siamo lieti della notizia che lei si sta rimettendo ed è in via di guarigione. Volevamo venirla a trovare in ospedale quando siamo venuti a New York a prendere Iris..."
Compie 50 anni Jodie Foster, e mi pare scontato ricordare che qui la si adora (anche per ragioni professionali)





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11 novembre 2012
L'Ultimo Valzer del Novecento
Due film della mia formazione, stamattina, più o meno in contemporanea, sui canali di cinema.
L'ultimo valzer lo vidi tra le medie e le superiori, due pomeriggi consecutivi di settembre, al Moderno.
Con F* tornammo a risentire le canzoni, a rivedere i chitarristi, soprattutto Clapton lì eccezionale (e come si direbbe ora, sciallato) in 'Further On Up The Road'.
Allora mi innamorai di miss Joni, un amore che dura tuttora, e tuttora mi emoziono quando risento 'Coyote'.
E Impiegati di Pupi Avati, poi. Lo vidi, invece, all'inizio dell'università, e mi dissi con forza che mai e poi mai avrei passato la mia vita lavorativa, la mia vita, nelle stanze di una banca (quando poi ci entrai, in una banca, neo-laureato, "evasi" appena mi fu possibile, dopo pochi mesi, sentendomi un po' Papillon il giorno che me ne andai per non più tornare).
Rivedendolo m'è venuto da chiedere (l'ho fatto con un tweet) se qualcuno ancora ricorda Nik Novecento.
Io lo trovavo anche un po' stupido, nei suoi interventi al Maurizio Costanzo. La sua morte ingiusta e crudele, da ragazzino praticamente mio coetaneo, mi toccò profondamente, e mi sentivo pure in colpa per quel che avevo pensato di lui.





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10 ottobre 2012
Scorcio di Paesaggio americano

SMALL TOWN SATURDAY NIGHT


“Ehi, non serve correre così forte, tanto non c’è nessun posto dove possiamo andare.”
Il tipo, Marlon, forse sorride sotto il suo cappello da cowboy. Di certo non rallenta. Continua a correre a no
vanta miglia l’ora.
Non so se si c
hiama davvero Marlon, ma io ho deciso così. Sembra un Brando giovane, terribilmente fascinoso.
“Il mondo è piatto. Deve essere piatto... la gente che lascia Deadwood non ci torna mai. Appena dopo i segnali del confine della città, precipitano in una specie di canyon. Katie Lee è andata via lo scorso anno, e nessuno ne sa più niente. Fosse diventata una star del cinema... Katie Lee era la più bella di noi ragazze di Deadwood, il cinema avrebbe fatto uno strappo alla regola, e invece di ridare film con Elvis che tutti abbiamo visto tre volte...”
Marlon imperturbabile continua a correre, filato; probabilmente senza ascoltare.
“Anche Vince e Bobby non sono più tornati... beh, è probabile che siano dentro da qualche parte per furto d’auto, quei due...”
Sono una stupida ragazzina di diciannove anni che parla troppo, lo so.
Il tipo col cappello da cowboy era da Harlan’s, stasera. Mai visto prima.
Mentre cantavo ‘She’s In Love With The Boy’ non ha tralasciato un attimo di fissarmi. Canto bene, io.
“Se potessi lasciare questa città, se potessi lasciare il lavoro alla fabbrica, se potessi andare a Nashville...”
Forse Marlon mi ci porta, a Nashville. Forse. Devo parlare meno, accidenti, se no mi scarica, questo.
“Ehi, stai mica pensando di scaricarmi, tu? Non voglio che mi scarichi. Mi hanno scaricata troppe volte...”
Magari mi ascoltasse. Magari rallentasse. Gli farei prendere la strada che va giù al fiume.
“Ehi, non serve correre così forte, cowboy. C’è la strada che va giù al fiume...”
Magari non sarà quello che mi porta via da qui, che mi porta a Nashville, ma almeno che sia quello che mi si fa, stanotte.
“Ehi, se devi continuare a stare zitto...”
E se deve continuare a stare zitto, almeno che sia forte perché ne ho bisogno, cazzo.
“Ehi, che c’è da guardare?” Marlon non guarda me, non guarda i miei capelli un po’ troppo biondi per essere naturali, ma continua a sbirciare nel retrovisore.
“Luci.” Se ha aperto la bocca, o l’ha anche solo mossa, per dirlo, io non me ne sono accorta.
“Ehi, anche a Deadwood c’è qualche macchina in giro, il sabato sera. Sarà...”
“Fanno i fari. Ce l’hanno con noi.”
“Se è lo sceriffo, non preoccuparti, cowboy. So alcune cose di lui... di quelle cose, se capisci...”
Non è lo sceriffo. Non è dello sceriffo l’auto che ci affianca. È il vecchio macinino di Sam.
“Sam. È sicuramente pieno a quest’ora. Me la farei sotto ad andare in macchina con lui, a questa velocità. E quella col rossetto troppo rosso…”
…Lucy, che aspetta solo che uno la raggiunga sul sedile di dietro.
Cazzo. Il terzo seduto di fianco a Sam è Mitch. Guai in vista.
“Non è che sia il mio uomo, Mitch, non è che stiamo proprio proprio insieme. È lui che se l’è messo in testa, ma io...”
“Dio santo.” Marlon l’ha aperta la bocca, stavolta. E si è tolto il cappello da cowboy. È un po’ stempiato. È visibilmente preoccupato. Mitch ci punta una pistola e ride.
“Sta tranquillo; è pazzo, Mitch, ma non è il tipo che spara... Sei pazzo Mitch - gli urlo - piantala, metti via quella pistola!”
Mitch continua a puntarcela. Marlon ha chiuso gli occhi, mi sembra. Ripete “Dio santo” appena un attimo prima che Mitch faccia fuoco.
La macchina sbanda, in uno stridore di ruote, senza perdere velocità, si mette su un fianco, sprigiona scintille sfregando sull’asfalto, si cappotta, una due troppe volte...


canzoni suggerite:
“small town saturday night” pat alger
“trouble” elvis presley
“she’s in love with the boy” trisha yearwood
“burma shave” tom waits

 




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20 settembre 2012
Ho una nuova teoria per me la gente vola


L'ultimo volo dello Shuttle Endeavour, dalla Florida al Texas. Le foto, qui, sono fantastiche (da Il Post, naturalmente, come quelle altrettanto belle dell'Enterprise)



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18 settembre 2012
Il blues dell’ultimo treno



Ci sono un uomo e una donna, sul marciapiede del binario tre, nella stazione deserta, sul lato sbagliato della mezzanotte...

Andavo in questo locale, si chiamava Palomar, ci suonavano dal vivo il sabato. Capitavano lì musicisti abbastanza bravi da conquistarti per una sera, ma non abbastanza famosi da finire alla radio, a meno che li trasmettessi tu stesso, il lunedì dopo; comperavo regolarmente il loro ellepi, e la sigla che portava era tipo ‘0002’ perché quella casa discografica, con sede nella cantina o nel garage del musicista, durava il tempo di stampare poche copie di uno o due dei suoi dischi, e finiva ancor prima della storia d’amore con la donna che si chiamava sempre come l’etichetta: ci sono vinili della ‘Martha Records’, della ‘Gerardine’... sul ripiano riservato agli sconosciuti talentuosi sfortunati.
Ci andavo in quel periodo nebbioso. Lentamente finivo di studiare e non avevo una gran voglia di inquadrarmi. Il mio amore con T. appassiva e proprio non riuscivo a rendermi conto di come avrei potuto continuare a respirare mentre l’aria piano piano usciva fuori dalle stanze in cui entravo io.

Certa gente aspetta il denaro, certa gente aspetta l’amore, certa gente aspetta Gesù quando le cose si fanno difficili; ma nella stazione deserta, sul lato sbagliato della mezzanotte...

Suonavo ancora, allora, e ancora non avevo il coraggio di suonare davanti alle persone. Mi esercitavo, miglioravo, conoscevo sempre meglio il manico della mia chitarra, e non serviva se non a me stesso. Non avevo un garage o una cantina, altrimenti ci sarebbe in giro da qualche parte un perdibilissimo esemplare quasi unico, probabilmente registrato su una cassetta. Per fortuna non avevo un garage o una cantina.
Ricordo una cassetta registrata, e accidenti non la trovo più. Era di un tipo così sconosciuto da non avere, oggi, neppure la sua pagina sull’internet, neanche un solo sito dove qualcuno come me scrive poche righe su uno come lui, su un Peter qualchecosa che mandava in giro un perdibilissimo esemplare quasi unico registrato su una cassetta.
Avevo imparato due sue canzoni, so ancora suonare i ritornelli, una dice che certe le vinci, certe le perdi, certe semplicemente scivolano via. L’altra dice che va tutto bene a quelli che assomigliano a Steve McQueen, a quelli con l’aspetto di chi non ha mai attraversato una notte insonne.

...e lui cerca di sopravvivere, con le piccole cose che ha; tutti i suoi minimi fallimenti neanche finiscono tra le ultime notizie ma in quella stazione sola, a tarda notte...

Tengo premuto il tasto “fast forward-avanti veloce”, e quando lo rilascio cerco di resistere alla tentazione di guardare dove sono arrivato, se sono andato avanti, o se invece c’era la funzione “auto reverse” e ho girato un bel po’ in tondo.
Quello che ritrovo, di certo, sono gli ellepi sul ripiano riservato agli sconosciuti talentuosi sfortunati, e il ricordo della melodia di una canzone o due con cui, per una sera almeno, sapevano conquistarti.
Di solito era una canzone malinconica. Quasi tutte lo sono.
Una però iniziava male ma riusciva a finire bene, come se lui, quel Paul qualcosaltro, lui ne sapesse un po’ più degli altri.
Magari già sapeva che può davvero succedere che la stanza si riempie di aria da respirare, e di luce e di sole quando, inaspettatamente, si apre la porta e, camminando senza neanche sfiorare il pavimento, nella stanza entra lei.

Certa gente aspetta il denaro, certa gente aspetta l’amore, certa gente aspetta Gesù, quando le cose si fanno difficili; noi non possiamo aspettare per sempre, non abbiamo niente altro ancora da perdere, e allora perché non ce ne andiamo insieme fino alla fine dei binari, ce ne andiamo insieme col blues dell’ultimo treno.

*****
da ascoltare:
Last Train Blues, Paul Millns




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25 giugno 2012
Cercando Lewis e Clark


Sto nella casa cantoniera abbandonata, adesso. Sì, quella tra le due grandi fabbriche.
Sono ingrassato d’una quindicina di chili, sai? Ho messo la giacca, quella in lino color oliva, la settimana scorsa quando la russa, la nuova donna di Gabriele, mi ha portato di nascosto la bambina, per farmela almeno vedere.
Si è presa un rischio per me, pensa. Un gesto di pietà.
Vengono sempre dalle persone da cui non te li aspetti, no?
Ho messo la giacca perché non volevo che la bambina pensasse a suo padre come a uno del tutto allo sbando, ma naturalmente proprio quello sembravo. La giacca tirava come se il bottone stesse per esplodere, e insomma avevo l’aria stazzonata e ben poco rassicurante.
La sera guardo spesso le luci delle fabbriche, sai, e ripenso a quando mio padre andava a lavorarci, svegliandosi a metà della notte; penso che l’ha fatto tutta la vita e mi chiedo come potesse sopportarlo.
Io e Gabriele ci venivamo a giocare, qui, in questi campi. Ci avevano regalato il libro sugli esploratori: nelle nostre avventure eravamo Lewis e Clark, e più in là i territori erano tutti da scoprire. Trainavamo faticosamente la canoa, in attesa di trovare i fiumi da discendere, quelli con le pericolose rapide. “Starò davanti io – mi diceva mio fratello. Tu sei Lewis, il cartografo, sarò io che dovrò occuparmi di te, sarò io a uccidere gli orsi che ci assaliranno. Tu da solo non ce la faresti mai.”

Una sera guardando le luci delle fabbriche si fermò. Il giorno dopo avrebbe fatto tredici anni.
“Entro dieci anni quella fabbrica sarà nostra – disse serio (aveva già smesso di scherzare da un po’) indicando quella più luminosa. Anzi, ce ne avremo una più grande ancora, e con più luci. La costruirò io per noi due.”

Anche Lewis e Clark a un certo punto hanno finito il loro grande viaggio, sono tornati a casa, hanno dovuto continuare con il resto della vita. Uno ce l’ha fatta, l’altro no. È così che va.
Ricordo quando sono tornato dal viaggio, l’ultimo, undici giorni nell’est a cercare di vendere gioielli di cattivo gusto a signore che dovevano sfoggiare la recente ricchezza dei loro uomini pericolosi.
Sono entrato nell’ufficio e Gabriele s’era comperato una poltrona nuova, imponente, beige, vistosamente molto costosa.
M’ha fatto portare il caffè da una ragazza nuova, scoprirò poi che era anche lei un pezzo della sua nuova vita. Anche la tazzina non l’avevo mai vista, sarà venuta dal servizio buono della nonna di qualcun altro.
“Non voglio più che tu vada a fare questi viaggi,” dice dopo avermi abbracciato un po’ troppo a lungo. “Ci mandiamo della gente che abbia voglia di farsi il culo, cerchiamo dei ragazzi affamati come lupi. Io e te stiamo qui e dirigiamo.” Lo dice guardando nel vuoto, un po’ sopra la mia spalla.
La russa mi aveva portato il caffè già zuccherato, non poteva sapere che io non lo metto. Giravo lo zucchero e nel silenzio si sentiva solo l’attrito del cucchiaino contro la tazza, mentre pensavo che a me viaggiare piace, incontrare persone piace, vendere piace. Non me la sento ancora di finire il grande viaggio e continuare con il resto della vita, non sono in grado, pensavo.
“Ti sei comperato una poltrona nuova,” gli dico dopo secondi che sembravano non finire mai. Avevo appoggiato, senza bere, la tazzina sulla scrivania lucidissima e gli aveva dato fastidio.
“Cosa te ne fai?”
“Mi ci siedo.”

Sto nella casa cantoniera abbandonata da più di due mesi, ormai. Da quando me ne sono andato. Se piove scende un po’ d’acqua da qualche coppo rotto, su sul tetto, ma per il resto sono riparato, ci sono perfino quasi tutti gli scuri, ed è successo solo una volta che qualcuno cercasse di entrarci.
Alla sera quando fa bello mi siedo fuori e guardo per ore le luci delle fabbriche.
E le trovo comunque bellissime.

Beppe Giuliano, 22 giugno 2012


Ecco, questo è il racconto che "espongo" al Lab121, mostra "import e export"



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23 giugno 2012
...dentro i manifesti o scritte sopra i muri
"Cercando Lewis e Clark" fa bella (speremm) mostra di sé sui muri di Lab121, da ieri...







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22 giugno 2012
prossimamente su questi sedili...
 

…“Cercando Lewis e Clark”: che è il racconto da oggi “esposto” (ma si può esporre un racconto?) dal molto emozionato conducente del taxigiallo, qui, alla mostra collettiva “import &export” organizzata da quei grandi di Lab121 (coworking rules).
Inaugurazione oggi, alle 19 e, come si dice, intervenite numerosi.




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3 aprile 2012
Mi piace restar qui sullo stradone
Da bambino mi ci portava mio padre, a veder passare la Sanremo...
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Adesso sono io che ci porto i miei figli...
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Certo, il posto è rimasto tal quale, com'era quarant'anni fa
Un po' di foto sono qui
(ehi, c'è anche Poulidor nelle foto. E Gimondi. Ocana e Rudi Altig, per dire)



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8 febbraio 2012
Grande narratore il Gordo, eh…

Una cosa scritta per vibrisse* (n. 46 del 21/10/2001) su Osvaldo Soriano, che morì quindici anni fa. Si parte dal libro di Edoardo Montes-Bradley, Osvaldo Soriano, Sperling & Kupfer, 26.500 lire (allora)...

Poco prima che il Gordo morisse morì la lucertola. Una bestiolina che aveva Manuel, il figlio di Osvaldo. E Manuel fece un funerale in pompa magna, con bara e tutto, alla sua adorata lucertolina. E quando morì il Gordo, poco dopo, il figlio portò una lettera al cimitero perché il Gordo la consegnasse alla lucertola in cielo. Quella non fu l’ultima lettera che gli portarono, perché un’amica andò a trovare il Gordo al cimitero e il custode, quello che spazzava le tombe, le disse: “Vengono certi tipi strani… vedesse, ma così strani… sa cosa fanno? Gli lasciano delle lettere. E peggio ancora, sa cosa fanno? Non ci crederà. Ridono. Vengono qui, si siedono vicino alla tomba e ridono”. E io pensai: Che bell’omaggio: lettere e risate! In fondo il mestiere di scrivere è il mestiere del postino. Si ricevono, si restituiscono parole che vanno e vengono, e il Gordo è stato capace di dare e di fare ridere la gente.
Questo breve scritto di Eduardo Galeano, impresso anche in quarta di copertina, mi ha convinto all’acquisto. È uno dei ricordi raccolti da Edoardo Montes-Bradley, prima per un film, ora anche libro, su Osvaldo Soriano, il Gordo, come era soprannominato – beffardo, proprio come Oliver Hardy, lui che probabilmente gli preferiva il Flaco Stan Laurel. Osvaldo Soriano, Sperling & Kupfer Editori, 26.500 lire (non costa poco, ahimè) è un libro che consiglio a coloro che, come me, avendo conosciuto (e amato) il Soriano che vagava, alle prese con un’indagine del tutto improbabile su Laurel e Hardy, insieme all’invecchiato Marlowe per una Los Angeles chandleriana [qui Beppe si riferisce al romanzo di Soriano Triste, solitario y final, gm], appunto, sentono il desiderio di conoscere meglio lo scrittore, il giornalista, ma soprattutto l’uomo. Grande narratore, il Gordo:
A Soriano piaceva raccontare storie. Nessuna sua opera scritta, per quanto geniale, è paragonabile al parlare con lui. Non era possibile smettere, potevo ascoltarlo venti ore filate. E questo non è rimasto scritto da nessuna parte, si è perso per sempre. (Felix Samoilovich)
Ma anche calciatore fermato da un brutto incidente e poi grande appassionato di calcio; timido che amava i gatti e inseguiva il fantasma del bizzarro padre inventore fallito; scrittore che soffriva terribilmente la sprezzante e ingiustificata sufficienza degli accademici che lo snobbavano; uomo che non temeva di esprimere le proprie opinioni politiche, e dovette trascorrere lunghi anni in esilio dopo che, in una trasmissione televisiva, un farabutto lo additò fra coloro da far sparire (molti intellettuali sparirono, nell’Argentina del processo – così si indica la dittatura del periodo 1976/1983, il cui programma fu enunciato dai militari nel tetro Processo di Riorganizzazione Nazionale, qualcosa che riecheggia tristemente un documento nostrano quasi analogo, per epoca e ispirazione). Insomma, questo e altro lo potete leggere nel libro curato da Montes-Bradley. Sempre che mi uccidiate per rubarmelo o, se qualcuno riuscirà in altro modo a sottrarmelo, vi fidiate della mia riproduzione, basata su ciò che ricordo. Perché è così che va, con i libri, almeno così credeva William Brett Cassidy, figlio di Butch Cassidy, arbitro del dimenticato mondiale del 1942 che si disputò nella Patagonia argentina.
Poiché non esisteva nessuna libreria nel raggio di duemila chilometri, credeva che i libri fossero unici come i diamanti e che passassero di mano in mano alla morte di coloro che li avevano con sé. (…) L’Etica se l’era portata via da un bar dopo che un gaucho alterato aveva ucciso con una pugnalata un intellettuale irlandese, incidente che Jorge Luis Borges mistificò alcuni anni dopo in un racconto per La Nación, di Buenos Aires. In realtà il libro apparteneva al gaucho, non all’intellettuale, e quando quest’ultimo provò a rubarglielo si scatenò la rissa e l’orrenda morte che consentì a Cassidy di possedere il primo Spinoza… (da “Gli ultimi giorni di William Brett Cassidy” in Pensare con i piedi, Einaudi).
Grande narratore, il Gordo, eh…

* Vibrisse, bollettino di scritture e letture, è curato da giulio mozzi. Esiste dal 4 agosto 2000. Il nome "vibrisse" è stato trovato da Mauro Mongarli.




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18 gennaio 2012
Cani, non cavalli


Non so com’è che girasse per casa, e soprattutto non so che fine abbia fatto, accidenti, ma uno dei primi libri letti da me, bambino, raccontava la corsa al polo Sud tra Amundsen e Scott (rileggendo mi accorgo di aver scritto prima il nome del “vincitore”: non dev’essere casuale).
E, nei miei ricordi, la raccontava dal punto di vista di Scott, il “perdente”, quello arrivato dopo.
Robert Scott c’è arrivato al polo Sud. Solo che lì ha trovato la bandiera norvegese lasciata un mesetto prima da Roald Amundsen, lasciata lì giusto per dirgli: guarda che sono arrivato prima io, caro il mio Scotty (come da foto).
Perché il polo Sud è proprio un punto, segnato in modo indelebile e misterioso sul terreno, e proprio in quel punto preciso Amundsen piantò la bandiera norvegese (difficile abbandonare le convinzioni dell’infanzia, vero?). Amundsen che andò più veloce e arrivò prima grazie alla muta di cani che trainavano le slitte, mentre la decisione di Scott di affidarsi a cavalli pony si rivelò disastrosa, una delle ragioni della sua “sconfitta” e morte.
Della storia si riparla in questi giorni, perché è centenaria, e la grande passione suscitata nel bambino (leggo tanti libri anche grazie a Scott, probabilmente) l’ho riscoperta intatta (sarebbe facile dire: preservata dai ghiacci, da qualche parte dentro di me)...
Tendo naturalmente a stare coi “perdenti”. Il libro, per come lo ricordo, seguiva la corsa leggendo i diari di Scott. Amundsen era un’ombra di sfida e di paura là avanti nel grande freddo.
Tornare a casa dopo un fallimento è durissima. Le pagine di diario degli ultimi giorni di Scott sono penose, ho sofferto qualcosa di simile solo leggendo ‘Chi tocca muore’ o, recentemente, ‘I terribili segreti di Maxwell Sim’ (altri libri che parlano di esploratori, a modo loro).
E comunque, se proprio doveste andarvene, partire, correre al polo Sud o in qualunque altro luogo fortemente desiderato: cani, non cavalli.




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16 dicembre 2011
La spada nel cuore

Ricevo questo sms stamattina presto, da un amico che non sentivo da mesi: “A tic tic tic ah-ah-ah a tic tic prrrr ramaia. Ciao Beppe.
La mia risposta. “Grande! Se smette Mangoni gli Elii devono prendere te, ciao!
Ho iniziato ridendo un’altra mattina altrimenti faticosa.

Ah, il titolo del post cita proprio la canzone di Little Tony. Perché lo sa G* che mi ha mandato il messaggio, lo so io, lo sanno un paio d'altri. Qualche mattina basta così.




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14 dicembre 2011
Forse bambino può discendere da scimmia, se scimmia è molto grossa scimmia

Faccio due passi dopopranzo e chi ti incontro? Un creazionista. Gente, davvero!
Devo ancora riprendermi appieno, ma qualche perla di saggezza teocon in salsa mandrogna pian piano riemerge dalle nebbie (sempre mandrogne) della mia mente moderatamente darwiniana: “esiste un creatore ma non sappiamo bene chi sia”; “la chiesa ci teme più degli atei, perché non ha modo di rispondere ai nostri argomenti”. Ah, e: “sono convinto che esistano elite ancora a conoscenza di alcuni segreti esoterici (non tutti)”.
Come mi dice l’amico Catt: “In effetti è difficile rispondere a questi argomenti...”
E anche restare seri, in effetti. Aggiungo un'ulteriore teoria anch'essa originale: “gli astrofisici, tutti arroganti, quando guardano nel buco della serratura della materia non ci capiscono niente.” Il tutto condito con qualche
ordinaria paranoia sul Bildenberg, che oltretutto ho scoperto essere ottima per attaccare bottone, come si dice.




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6 agosto 2009
Abbey Road

Quello che sembra Hemmings da giovane, biondo con l’aria supponente di uno che fa colpo sulle donne, la sigaretta in bocca e una camicia chiara con le maniche rimboccate, guida una spider e non si ferma per far passare i quattro che attraversano sul passaggio pedonale.

Loro si bloccano e il quinto, quello che li fotografa mentre attraversano, urla al simil-Hem un qualche insulto che non riesco a capire.

Simil-Hem è già andato, naturalmente, e i quattro di nuovo avanti e indietro sul passaggio pedonale. Uno è scalzo come Paul sulla copertina dell’ellepi, e ha piedi così piatti che formano un angolo... cerco di tornare con la memoria agli studi, tanti (troppi) anni fa: fino a novanta gradi acuto, dopo ottuso, mi pare... ecco, formano un angolo ottuso che se lo misurassi col goniometro si avvicinerebbe ai centottantagradi.

Sono seduto su questo muretto da meno di un’ora e loro non sono i primi che si fanno fotografare in Abbey Road. Già attendono il proprio turno due biondine che parlano una lingua che non saprei riconoscere, non so se scandinave o dell’est dell’Europa.

 

- Fa davvero un gran caldo, starò scalzo, disse quello belloccio, col vestito scuro.

- Fai quello che vuoi, gli rispose quello tutto in bianco, guardandolo in tralice da dietro le lenti spesse degli occhiali del servizio sanitario. Non abbiamo più sedici anni, che ci diciamo tutto quel che facciamo, no? E gli sorrise sardonico; un sorriso per cui gli si perdonerebbe anche il commento più feroce.

Da quando frequenta quella non è più lo stesso, pensò quello belloccio, tirando una boccata e soffiando il fumo in cielo. ‘Get back, Yoko, get back to where you once belong.’

 

Sono atterrato a Heathrow. E per la prima volta m’è parso di vedere qualcosa che si avvicina sul serio a quel che chiamano melting pot. In quella enorme sala di transito, così alta da non riuscire nemmeno a immaginarne il soffitto, dove tutti procedevano – almeno all’apparenza sapendo bene dove andare – verso il proprio imbarco, o all’uscita verso i mezzi che li avrebbero trasportati in città. Mi son visto sfilare davanti persone appartenenti a razze diverse – quante? decine? magari un centinaio di diverse razze, e diversi colori, abbigliamenti, espressioni, linguaggi...

Sono tutti perfettamente a loro agio? Solo io sono il provinciale che invece di marciare spedito verso la città guarda stupefatto il mondo girargli attorno? E quanto poco sono io, in tutto questo, poi? Per la prima volta la sensazione di non essere cruciale, nell’universo, non m’infastidisce, o almeno mi pare accettabile, mi rende perfino socievole.

Tanto da avere voglia di conversare con il taxista che mi porta in città, dirgli che sono un suo collega, e che sono come lui, così come tutte quelle persone che avevo visto passarmi davanti, lì nella sala dell’aeroporto.

(Proverò infatti a dire al taxista – un rossiccio dalla faccia sottile, lentigginoso, con gli occhi piccoli e la pelle più chiara della mia - nel mio miglior inglese possibile, e con uno smagliante sorriso, che faccio il suo stesso mestiere, che anch’io guido un taxi, in una città molto più piccola. Mi farà capire che non gliene frega assolutamente niente, purché gli paghi la corsa; per lui sono solamente un altro degli sciroccati che va in quella via a cercarci chissà cosa. Comunque, non riuscirà a farmi perdere il mio imperterrito buonumore, con tutto il suo essere naturalmente sgarbato.)

 

Abbey Road stava al numero uno, nell’elenco dei posti da non perdere che m’ero scritto durante il volo, approfittando della buona sorte che m’aveva seduto di fianco un altro che, come me, non aveva nessuna intenzione di fare conversazione.

Devo andare:

1.      al passaggio pedonale di Abbey Road

2.      al Marquee a cercare il fantasma degli Yardbirds che fanno finta di essere gli Who in Blowup

3.      ai St Katharine Docks, a controllare se quel posto è davvero così romantico come quando io e te c’abbiamo bevuto troppa birra a mezzogiorno

4.      a cercare il negozio di dischi con Dick e Barry e in pellegrinaggio ad Highbury, di sabato pomeriggio

5.      al 3 di Savile Row, per staccare l’amplificatore della chitarra di George, mentre suona sul tetto (cosa ci sarà, adesso, al 3 di Savile Row? una sartoria? una banca d’affari?)

6.      e a vedere cosa ci sarà adesso all’84 Charing Cross Road

7.      a cercare le spie che vanno e vengono dal freddo a St.George's Circus

8.      al Woolworth Store, per capire se davvero le porte degli ascensori, aprendosi, emettono il suono che Nanci imita con la chitarra in Love at the Five’n’Dime

9.       infine a Sevenoaks, nei dintorni, per trovare l’albero su cui si può saltare all’insù, come nel video di Strawberry Fields Forever

 

Sono in Abbey Road, dunque, seduto su un muretto con la valigia appoggiata lì contro, ho sonno e nessuna idea di dove dormirò questa notte, ma non mi viene in mente di spostarmi da qui, per ora. In fondo ho fatto tappa a Londra per questo. Forse.

L’unica cosa che manca è, parcheggiato lì, sul lato sinistro della strada guardando la foto di copertina, il maggiolino, quello con la targa che, secondo alcuni dementi, aggiunge un altro indizio alla teoria Paul-è-morto.

Quasi al tramonto decido: mi troverò un posto qualsiasi dove dormire stanotte, da queste parti, un qualsiasi buco, e domani proseguirò il pellegrinaggio. Qualche giorno ancora, prima di tornare davvero a casa.




permalink | inviato da GrandeTaxiGiallo il 6/8/2009 alle 13:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
10 luglio 2006
Sopraelevata

L’automobile, un maggiolino arancione, precipitò proprio davanti all’ingresso del porto antico.

Era il primo pomeriggio di venerdì 14 luglio.

Ricadde sulle quattro ruote, e a guardarla nelle immagini trasmesse dalla televisione faceva un effetto strano, come se in quel punto una forza di gravità di molto superiore al normale l’avesse attirata per terra schiacciandocela.

L’asfalto sembrava gommoso, tutt’attorno al maggiolino, anche per l’eccezionale caldo di quel pomeriggio, quando il termometro tentava di raggiungere i quaranta gradi.

La giornalista che commentava il servizio televisivo, inquadrata in modo che, oltre all’automobile, si vedessero alle sue spalle anche le costruzioni del porto, quelle recuperate non molti anni fa grazie al progetto di un celebratissimo architetto locale, disse naturalmente che le cause dell’incidente mortale “erano in corso di accertamento”, una formula che sembra obbligatorio utilizzare in ogni servizio televisivo relativo a un qualsiasi incidente stradale. Non mancò di elencare le varie forze dell’ordine “celermente intervenute sul luogo dell’incidente”, il magistrato pure nominalmente. E nonostante le cause dell’incidente fossero, appunto, “in corso di accertamento”, si sentì in grado di formulare una propria ipotesi, che ci rivelò guardando in camera con gli occhi scuri perfettamente truccati che spuntavano da sotto una frangia bionda alla moda appena acconciata. Anche se faceva molto caldo lei sapeva non sudare, e agli spettatori apparve semplicemente perfetta.

Il conducente, un inglese – disse - portava un’autovettura con guida a destra e forse per evitare la collisione con uno dei numerosi scooter che percorrevano la sopraelevata, spesso slalomando fra le automobili, aveva bruscamente sterzato, urtando il guardrail con un’angolazione tale che aveva fatto da trampolino proiettando l’automobile sulla strada sottostante. Per fortuna l’automobile, nonostante l’intenso traffico, non aveva urtato cadendo altri veicoli.

Purtroppo “l’uomo aveva riportato lesioni molto gravi” e “nonostante la solerzia dei soccorsi, al suo arrivo al pronto soccorso i medici non avevano potuto far altro che riscontrare l’avvenuto decesso.”

Aveva cinquantatre anni, disse la cronista televisiva fingendo un fugace interesse per le sorti dell’inglese, prima di ripassare la linea allo studio.

Quasi niente di quel che aveva raccontato, ovviamente, era vero. Dopo il suo servizio quella era comunque diventata, per quasi tutti, la verità.
(...)




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29 aprile 2005
«Speriamo che lo sia!»

  Mammina (l'altra metà di Papino) come me ama un vecchio film molto molto bello, in cui Jimmy Stewart faceva splendidamente la spalla a un coniglio (bianco).
E mi fa ricordare un raccontino che scrissi una sera, dopo averlo rivisto - con effetti lievemente inquietanti, direi a rileggere.
Se vi va di leggerlo sta qui sotto:


Non ci sono divani in quella casa

 
È un tantinello tocco. Almeno, questo pensiamo di lui, soprattutto noi donne, quando lo vediamo passare per le strade del quartiere, che cammina alto con quell'aria eternamente svagata.
"Harvey. È un tantinello tocco." Non si chiama Harvey, naturalmente. Il soprannome gliel'ha affibbiato qualcuna, credo Luisadentigialli.
Harvey. Come il coniglio invisibile. Invisibile? Inesistente? O forse reale? Non so dire, non ricordo bene come fosse.
È venuto a stare nel quartiere l'altro ottobre, Harvey. Non sappiamo bene da dove. Ne abbiamo sentite di diverse. C'è chi dice che aveva una famiglia, là dove stava. O che era in uno di quei posti, dove ci tengono quelli un tantinello tocchi. Quelli come lui, insomma.
È un solitario, Harvey.
Lo vediamo che passa per la strada, a ore sempre diverse. Non è di quelli abitudinari, affatto. E nemmeno di quelli che girano a vuoto. Quando esce di casa è sempre per andare in qualche posto ben preciso: la banca, il negozio di alimentari. Il bar qualche volta; raramente però. Non si siede mai a un tavolo. Si appoggia al bancone, si leva il cappello. Ehi, devo dirvi del suo cappello. Ordina da bere, e non sempre la stessa cosa, dice Nik il barista. Ascolta le chiacchiere, sorride e non parla mai. Paga saluta e se ne va. Torna verso casa. Con la sua aria svagata.
Harvey.
Che se incontra una di noi signore immancabilmente ci saluta, con un gesto elegante: solleva appena quel cappello che porta sempre.
Un cappello piccolo, grigio, con il nastro nero. Da giornalista, dice qualcuna.
Non se lo toglie proprio mai, dice Luisadentigialli. Lei c'è stata, una volta, a casa di lui. È una sfrontata e va a casa di tutti, se lo volete proprio sapere.
Ma non ne parla volentieri. Dice solo del cappello. E dei divani.
Ci credete?
Non ci sono divani in quella casa, dice.
Lui è educato, però, dice Luisadentigialli. Anche se un tantinello tocco.




permalink | inviato da il 29/4/2005 alle 15:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
6 marzo 2004
Lo spesino

L'hanno investito ieri sera, dopo le sette, nella via fra l'esselunga e la Valfrè.
Andava contromano e le luci della bicicletta erano spente ha detto il telegiornale di Telecity, la tivù locale. L'automobile la guidava un'infermiera quarantanovenne, P.M. Così ha detto il giornalista che fa la nera a Telecity.
Dalle immagini l'automobile pareva una Ford Fiesta di colore dorato; l'hanno mostrata un paio di volte almeno, come fanno quando il "girato" disponibile è meno rispetto al testo del servizio. Hanno quasi sempre questo problema al telegiornale locale, meno "girato" rispetto al commento, così rimandano le stesse immagini due volte o anche più. Fa uno strano effetto, soprattutto coi servizi su riunioni convegni o incontri politici e vedi e rivedi sempre le stesse persone, sempre nelle medesime pose e con la solita espressione in viso.
Di lui non hanno detto né la sigla del nome né l'età, però hanno mostrata una vecchia fotografia in biancoenero sbiadito, sicuramente quella del documento perché a un paio d'angoli c'era una graffettatura e a un altro un pezzo di timbro a secco.
Era quello che veniva a portare la spesa al signor F* ha detto mia madre quando ha vista la fotografia. Poveretto, ha detto mia madre e l'ho detto anch'io.
Il signor F* abita nello stesso palazzo dei miei, quando non lo portano per un po' "in collegio" come dicono sorridendo alcuni condomini. È un meridionale elegante, almeno sulla sessantina, che apre e chiude attività commerciali: affitta i locali, mette una bella targa elegante con la ditta, si rifornisce di merce e la rivende, poi toglie la bella targa elegante con la ditta e se ne va di solito prima di avere pagato i fornitori. Ormai lo sanno quasi tutti che fa così, lo so perfino io. Di solito infatti lo prendono e, come dicono sorridendo alcuni condomini, lo portano per un po' "in collegio".
Lo incrociavo quasi tutti i giorni verso le due quello della fotografia, quello che andava contromano e le luci della bicicletta erano spente e l'infermiera quarantanovenne P.M. l'ha investito e lui cadendo ha picchiato la testa contro lo spigolo del marciapiede della via fra l'esselunga e la Valfrè. Come ha detto Telecity.
Io uscivo da casa dei miei per tornare in ufficio e lui arrivava, in bicicletta d'estate e d'inverno, sempre con in testa un berretto impermeabile verde smeraldo, di quelli che vengono giù due pezzi di stoffa a coprire le orecchie. E il manubrio della bicicletta, che era vecchia tutta mezza arrugginita, sempre caricato di borse della spesa piene di roba, tre o quattro borse per lato.
Era un profugo polano, m'han raccontato i miei dopo che abbiamo vista la fotografia a Telecity. Arrivato dopo la guerra allo shangai. Lo shangai, come lo chiamano gli alessandrini per spregio, è un gruppo di case che s'era riempito di profughi dopo la guerra, in fondo al Cristo. E il Cristo è un quartiere periferico, lo devo precisare perché quelli di via quando sentono dire "in fondo al Cristo" ridono o almeno si stupiscono.
Raccontano avesse accoltellato la moglie, ché lei se la faceva con il benzinaio di corso Carlo Marx, che è appunto una strada del Cristo a cui la precedente giunta leghista voleva cambiare il nome ma non c'è riuscita. Un delitto che è stato famoso negli anni cinquanta, hanno raccontato a mio padre che dice di ricordarsene vagamente. Lui s'è fatto tanti anni dentro, dicono, e anche adesso che era uscito ha continuato a fare lo spesino come faceva dentro e quasi tutti i giorni portava la spesa, fra gli altri, a F*.
Lo incrociavo verso le due e cercavo di tenergli aperto il portone mentre appoggiava la bicicletta al muro e alleggeriva il manubrio della borsa della spesa di F*. Gli sorridevo salutandolo, anche i giorni che non avevo gran voglia di sorridere: pensavo fosse un buon diavolo sempre troppo carico di borse della spesa. Lui guardava per terra e entrava veloce dicendo grazie sottovoce.
Non hanno detta l'età a Telecity ma a me sembrava vecchio quando lo vedevo entrare nel palazzo dove abitano i miei; forse era uno di quelli che sembrano vecchi anche prima di diventarlo davvero.
Magari lei era distratta, l'infermiera quarantanovenne alla guida della Ford Fiesta di colore dorato; è vero che lui andava contromano e le luci della bicicletta erano spente come ha detto Telecity ma la strada fra l'esselunga e la Valfrè è così illuminata che non so proprio come ha fatto a non vederlo.
Chissà, qualcuno avrà raccolto le borse della spesa e tirata su la bicicletta, quella vecchia tutta mezza arrugginita, l'avranno appoggiata al muro dell'esselunga o a quello in mattoni della caserma Valfrè, a meno che i vigili urbani l'abbiano portata al loro comando. Non si vedeva nelle immagini del telegiornale.




permalink | inviato da il 6/3/2004 alle 10:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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