.
Annunci online

Il blog di Beppe Giuliano Monighini. Dal 2003
2 novembre 2012
Sogno di una stella – Gregory Corso sogna Ted Williams

Ho sognato Ted Williams
piangente nella notte,
davanti alla Torre Eiffel

Era in divisa
con la mazza ai suoi piedi
nodosa e delicata

Aveva preso la mazza con le mani aperte
mettendosi in posizione, come se fosse nel box
e rideva! scaricando la sua collera di ragazzo
verso un invisibile mound
aspettando, fino in fondo, il lancio dal paradiso

Arrivò, ne arrivarono centinaia, tutti rapidissimi
E girò, girò, girò senza colpirne nemmeno uno,
sinker, curva, dritti in mezzo al piazzo
un centinaio di strikes!

l'arbitro vestito in uno strano abito
esplose il suo verdetto: SEI OUT !!
L'inorridito boato dei fantasmi degli spettatori
si disperse tra gli arabeschi di Notre Dame.
E io urlai nel mio sogno
Dio! tiragli il tuo lancio misericordioso!
Annuncia il colpo della mazza!
saluta une bella valida a sinistra!
Sì: il doppio, il triplo!
Osanna: il fuoricampo!


"Dream of a Baseball Star"  di Gregory Corso è stata pubblicata per la prima volta in The Happy Birthday of Death (New York: New Directions, 1960).



permalink | inviato da GrandeTaxiGiallo il 2/11/2012 alle 22:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
29 maggio 2006
715*

Barry Bonds. Il battitore dei San Francisco ha infine superato “il Bambino” colpendo il 715esimo fuoricampo della carriera, uno in più di Babe Ruth.
Pochi hanno festeggiato.
Bonds fa parte di quella schiera di giocatori che i tifosi non amano (scrive Bill James: “Una teoria di grandi stelle “popolari” va da Honus Wagner a Walter Johnson, Babe Ruth, Stan Musial, Willie Mays, Mickey Mantle, George Brett, Ken Griffey jr. Mentre una di grandi stelle “non popolari”, che i tifosi NON hanno amato include Ty Cobb, Rogers Hornby, Barry Bonds, Albert Belle, e Ted Williams...” Ancora, su Bonds pesa più che il sospetto dell’uso di steroidi. Bonds è diventato un gran colpitore di fuoricampo a partire dal 1998, nell’ultima parte della sua carriera (gioca nella emelbì dal 1986). Quando la sua massa muscolare è rapidamente cambiata, e addirittura i suoi lineamenti sono mutati (un effetto dell’ormone della Human Growth, dicono).
Comunque il nuovo record di Bonds sussiste, e davanti a lui resta ora solo Henry “Hank” Aaron, che superò “il Bambino” nel 1974 (e anche allora successe di tutto, con moltissime lettere piene di insulti razziali e minacce recapitate al povero Aaron - non che fosse andata molto meglio a Roger Maris quando battè il record dei fuoricampo in stagione, anch’esso naturalmente detenuto da Ruth.)
Ruth battè il fuoricampo numero 714, il suo ultimo, quarantenne, triste, e avviato verso un doloroso declino. Ecco come lo racconta Roger Kahn:

“Ruth morì il 16 agosto del ‘48.” scrive Kahn. “Dopo il funerale, mentre una grande folla stava in reverente silenzio, molti dei compagni di squadra di Ruth portarono il feretro nel gran caldo della giornata estiva.
“Signore,” mormorò Joe Dugan, il terza base degli Yankees negli anni migliori di Ruth. “Darei il mio braccio destro per una birra gelata.”
White Hoyt, l’ex lanciatore, grugnì sotto il peso della bara e si girò leggermente. “Joe,” mormorò, “il Bambino direbbe la stessa cosa.”
(...) Babe Ruth, un imperatore immenso, ignorante e sentimentale, fu il prodotto di un’infanzia così infelice che nemmeno la si può considerare tale. Poi, da giovane uomo, si ritrovò a guadagnare molto più denaro e a essere molto più popolare del presidente degli Stati Uniti. Non fu umile in questo cambio di destino.
(...) Per lui tutti quelli al di sotto dei trentacinque anni erano “Kid” e tutti quelli più vecchi erano “Doc”.
(...) Lui, più di chiunque altro, salvò il gioco del baseball dopo che i Chicago White Sox avevano venduto le Serie del 1919.
(...) Ruth visse per cinquantatre anni, ma il suo tempo furono le quindici stagioni in cui giocò per i New York Yankees. Negli anni venti il paese simpatizzava per quelle figure sportive il cui nome significava idolatria. E nessuno richiamò e unì folle tanto grandi per tanti anni come l’uomo che tutta la nazione conosceva come “Il Bambino”.

Nel 1902, quando aveva solo sette anni, Ruth venne costretto nella St.Mary’s Industrial School come incorreggibile. Non era, di fatto, un orfano, come la leggenda vuole. Era semmai il figlio incontrollabile di genitori che non avevano una gran passione per la paternità.
St.Mary, un edifico in mattoni solenne come una prigione, era recintato e isolato dall’esterno, e gestito dall’Ordine Cattolico Romano dei Fratelli Saveriani. Lì, sotto la guida di Fratello Mattia, un gentile omone alto quasi due metri, a Ruth fu insegnato a leggere e scrivere. Nessuno dovette insegnargli il baseball. Ruth possedeva l’assoluto talento naturale. Diciannovenne poté lasciare St.Mary per unirsi ai Baltimore Orioles, allora una squadra di leghe minori nella International League, e accompagnato da un contratto da seicento dollari, andò libero per il mondo. Era un bambino; il soprannome venne in fretta e logicamente.
Nel giro di due stagioni era una stella come lanciatore e battitore per i Red Sox. In otto incontri contro Walter Johnson, il migliore dei lanciatori della American League, Ruth ne vinse sei, tre per 1-0, e in uno di questi il punto vincente fu un suo fuoricampo.
(...) Questo è quel che fece: guidò la American League nei fuoricampo in tutti gli anni del decennio tranne uno, condusse gli Yankees a sette World Series. Ottenne un salario che rapidamente passò da 52.000 a settanta e poi a 80.000 dollari. Attirò alle biglietterie così tanti spettatori da consentire la costruzione del Yankee Stadium. Ricostruì il gioco, che era divenuto scientifico, modellandolo secondo il suo stile di grande battitore.

Per George Herman Ruth le donne, il denaro e i liquori erano ugualmente importanti. Erano necessità che dovevano essergli garantite. Nel suo primo anno con i Red Sox sposò una ragazza della Nova Scotia di nome Helen Woodring, ma si separarono pochi anni dopo. La prima Mrs.Ruth morì in un incendio nel 1929. Ruth si risposò con una ex attrice di nome Claire Hodgson, che chiamava Clara e a cui, nonostante i continui tentativi di lei per addomesticarlo, rimase sempre attaccatissimo. Tuttavia, Ruth continuava a essere un uomo da più di due donne.
(...) In tutto i suoi guadagni con il baseball furono 1.076.474 dollari.
(...) Dopo la stagione 1934, in cui il suo salario si era ridotto a 35.000 dollari, si rese conto di non essere più un giocatore titolare. Il colonnello Ruppert, proprietario degli Yankees, lo lasciò libero, e lui andò ai Boston Braves come esterno part-time e come vice presidente e assistente manager. I due incarichi erano insignificanti. Il giudice Emil Fuchs, proprietario dei Braves, voleva che Ruth battesse fuoricampo. Quando Ruth fallì - a giugno stava battendo appena .181 - Fuchs lo scaricò come giocatore. Gli altri due incarichi prontamente svanirono.
(...) Gli ultimi anni non furono brillanti. Ruth voleva diventare manager nelle major, ma gli Yankees gli offrirono la loro squadra satellite di Newark nel New Jersey. «Non sai occuparti di te stesso,» gli disse Ruppert. «Come posso essere certo che ti possa occupare dei miei migliori giocatori? Newark, Ruth, o niente.»
«Niente,» rispose Ruth.
Nel 1938 Larry MacPhail lo assunse a metà stagione come coach dei Dodgers. Quell’inverno Leo Durocher, il cui unico talento secondo Ruth consisteva in una lingua tagliente, fu nominato manager di Brooklyn. Ruth diede le dimissioni e fu fuori per sempre dal baseball.
(...) La cosa che lo rendeva davvero felice era essere riconosciuto dai bambini. Lui amava i bambini in modo genuino, come avrebbe potuto un uomo che era stato privato dell’infanzia. E che non aveva figli suoi.
Il cancro lo colpì nel 1946 e lui affrontò la morte, per due lunghi anni di agonia, con totale incredulità.
(...) «Per capirlo,» dirà Joe Dugan che, da quando nel 1925 Whitey Witt lasciò il club, fu il suo compagno di camera, e che probabilmente conosceva “Jidge” meglio di tutti, «dovete comprendere questo: lui non era umano. Era animalesco. Nessun uomo avrebbe potuto fare ciò che faceva ed essere un giocatore. Cobb? Sapeva lanciare? Speaker? Gli altri? Li ho visti. Ero là. Nessuno nemmeno gli si avvicinava. Quando pensate a ciò che ha fatto e al modo in cui viveva e a come giocava, dovete pensare che era anche più di un animale. Non c’è mai stato nessuno come lui. Era un dio.»




permalink | inviato da il 29/5/2006 alle 9:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
8 settembre 2005
Faust a New York

Era lo “scemo del villaggio” di Marion, nel Kansas.
Soffriva di una forma di schizofrenia che comportava demenza, allucinazioni…
Nel 1911 un’indovina di Wichita gli predisse che avrebbe vinto il titolo del baseball per i New York Giants e lui… be’, lui lo fece.
Sentiva di dovere diventare un lanciatore e così, trentenne, lasciò la fattoria di famiglia, l’unico posto in cui era mai stato, e si presentò al manager dei Giants di New York, uno dei più famosi allenatori di sempre del gioco del baseball, John McGraw, mentre la squadra era impegnata a St.Louis, forte della predizione.
Disse che era venuto per vincere il titolo e il superstizioso McGraw lo tenne con sé come mascotte. Intratteneva gli spettatori prima delle partite con uno spettacolo (definito “spasmodico”) di lanci, battute, corsa lungo le basi, direzione delle orchestrine che suonavano in attesa del match.
Misteriosamente i Giants iniziarono a vincere e da terzi in classifica risalirono. Il “lanciatore” Charles Faust, cambiato il suo secondo nome da Victor in Victory in virtù dei risultati della squadra, rilassava l’ambiente ed era considerato un “talismano”.
Era semplice e buono, un contrasto con la ferocia di McGraw.
E il suo effetto era incredibile. Quando andarono sotto, in una partita, il manager lo mandò a scaldarsi. La sola vista del “lanciatore” alto e spigoloso, con un bizzarro movimento che ricordava le pale di un mulino a vento, portò buonumore e il vantaggio della squadra. Da quando si unì a loro alla conquista del titolo il record di New York fu 37 vittorie e 2 sconfitte.
Lasciò la squadra per tre giorni per apparire su un palcoscenico newyorkese. Il giornalista Damon Runyon (uno sempre vestito di bianco con perennemente in testa una paglietta) lo definì: «il celebre foraggio per scoiattoli del Kansas».
Il suo giorno di gloria venne il sette ottobre del 1911 quando, col titolo già vinto, poté lanciare l’ultimo inning contro i Boston Braves e ancora all’ultimo giorno del campionato quando batté contro Brooklyn, venne colpito dal lancio e gli avversari gli consentirono poi di rubare due basi e segnare. Festeggiato dalla folla e dai compagni di squadra chiese loro: «chi è lo scemo adesso?»
Nel 1912 si presentò agli allenamenti prestagionali, e accompagnò la squadra che ebbe una fulminea partenza, poi McGraw lo mandò via essendosi stancato delle sue continue richieste di avere un regolare contratto (sosteneva di averne firmato uno su di un colletto rigido da camicia – quelli in voga all’epoca - ma non fu mai trovato).
Riapparve nel 1914 a Portland. Disse che stava andando a piedi da Seattle, dove abitavano due suoi fratelli, a New York per aiutare i Giants a vincere il campionato. Fu arrestato, rinchiuso nel manicomio di Salem e dimesso dopo una settimana. Il foglio di dimissioni diceva che le sue condizioni “non sono migliorate”. Andò a Seattle, vivendo in un misero albergo da cui mandava telegrammi chiedendo un contratto con i Giants. Fu di nuovo ricoverato nel dicembre del 1914.
Quattro anni dopo la sua vittoria nel campionato del 1911, diventato (per sempre) una voce dell’enciclopedia del baseball, oltre che per breve tempo un caratterista del vaudeville, Faust morì trentacinquenne, solo e folle, in manicomio. La causa della morte fu registrata come “tubercolosi”. Quell’anno i Giants arrivarono ultimi.
È sepolto in un cimitero con circa tremila altri ricoverati morti al Western State Hospital, in tombe numerate ma anonime. La sua è la 1395. Sta sotto un grande abete e attorno il terreno è sconnesso, tanto che il suo riposo sembra circondato da monti di lancio.

La storia di Faust come la raccontò Fred Snodgrass a Lawrence Ritter per ‘The Glory Of Their Times’:
“Intelligenti com’erano, molti giocatori erano pure superstiziosi. C’è una interessante storia vera in proposito. All’inizio della stagione 1911 giocavamo in St.Louis, e in quei giorni nessuna squadra aveva i dugout. Avevamo una panchina sotto un tendone, più o meno a metà strada fra le tribune e bordocampo. Noi Giants stavamo riscaldandoci quando un individuo alto, allampanato, con un abito scuro e una bombetta ci si avvicinò dalla tribuna. Camminò sull’erba fino alla panchina e disse che voleva parlare a Mr.McGraw. Qualcuno indicò McGraw, e l’uomo si diresse da lui.
«Mr.McGraw,» disse, «il mio nome è Charles Victory Faust. Vivo in Kansas, e una settimana fa sono andato da un’indovina che mi ha predetto che mi sarei unito ai New York Giants e avrei lanciato per loro così che vincessero il titolo.»
McGraw lo guardò e, essendo superstizioso: «Bene, interessante,” gli rispose. «Togliti il cappello e la giacca, qui c’è un guanto. Prenderò un guanto da ricevitore e ti allenerò, così vediamo cosa sai fare.»
Si misero davanti alle panchine e si lanciarono la pallina un po’ di volte. «Farei meglio a darti i miei segnali,» disse Charles Victory Faust. Così avvicinarono le teste, e lui insegnò a McGraw cinque o sei segnali. Mr.McGraw gli dava i segnali, e lui si preparava a lanciare. Aveva un movimento che ricordava un mulino a vento. Le due braccia mulinavano per un bel po’ prima che Charlie finalmente lanciasse. Be’, in barba ai segnali i lanci erano tutti uguali. Non c’era nessuna differenza in ognuno dei suoi lanci. E nemmeno velocità. Così McGraw si liberò del guanto e ricevette a mano nuda, pensando che quel ragazzo era svitato e che si sarebbe divertito un po’.
«Come sei alla battuta?» gli chiese.
«Oh, abbastanza bravo.»
«Abbiamo gli allenamenti, adesso, prendi una mazza e vai là. Voglio anche vederti correre, così datti da fare e cerca di segnare.»
Ci fu un passaparola fra i giocatori. Charlie Faust batté verso lo shortstop, che esitò mentre Charlie raggiungeva la prima base, e lo lasciammo scivolare in seconda, poi in terza, e infine a casabase, tutto con l’abito della festa addosso - fra il divertimento generale.
Quella notte ripartimmo per Chicago, e quando salimmo sulla carrozza riservata del treno, chi ci trovammo? Charles Victory Faust! Tutti lo accogliemmo stupiti.
«Portiamo Charlie con noi e ci aiuterà a vincere il titolo,» annunciò il superstizioso Mr.McGraw.
Che ci crediate o no, ogni giorno Charles Victory Faust era in divisa e si scaldava come se dovesse lanciare la partita. Pensava che avrebbe dovuto lanciare proprio quella partita. Tutti i giorni. E non successe mai, peraltro.
Non aveva un contratto, ma John J.McGraw gli dava tutto il denaro necessario. Andava dal barbiere quasi ogni giorno, e aveva abbastanza per dare mance alle cameriere - quelle piccole mance che davamo all’epoca - e vincemmo davvero il titolo.
La primavera successiva Charles Victory Faust si presentò al campo d’allenamento. Si scaldò ogni giorno anche nel 1912, e di nuovo vincemmo il titolo.
(...) Era ormai una tale attrazione che un impresario teatrale lo ingaggiò a Broadway in uno di quegli spettacolini che venivano ripetuti sei volte nel corso del giorno, dal primo pomeriggio alla sera, pagandolo quattrocento dollari per una settimana. Si vestiva da giocatore di baseball e imitava Ty Cobb, Christy Mathewson e Honus Wagner. In modo ridicolo, certo, ma seriamente, per quel che gli sembrava. E la gente apprezzava, i tifosi corsero a vederlo. Stette via quattro giorni, e perdemmo quattro partite!
Il quinto giorno Charlie si presentò nello spogliatoio del Polo Grounds; gli chiedemmo: «Charlie, cosa fai qui? Cosa ne è del tuo contratto teatrale?»
«Oh,” rispose, «devo lanciare oggi. Avete bisogno di me.»
Così andò fuori a scaldarsi, con quel mulinare di braccia che tanto divertiva i tifosi, e vincemmo la partita.
(...) Quell’inverno con un gruppo di altri professionisti giocammo una serie di partite partendo da Chicago e attraverso il Nordest fino alla costa occidentale e poi a Honolulu. A Seattle, chi venne a trovarmi in albergo se non Charlie Faust?
«Snow,» mi disse. «Non sto granché bene, ma se riesci a convincere Mr.McGraw a mandarmi a Hot Springs un mese prima dell’inizio degli allenamenti posso tornare in forma e aiutare i Giants a vincere un altro titolo. »
Ma, sfortunatamente, non andò così. Perché Charlie Faust morì quell’inverno, e noi l’anno successivo non vincemmo il titolo.”

---
Di Charles Victory Faust sull’internet si parla in particolare quiqui e qui

La traduzione dal libro di Ritter è mia

Nella 
fotografia più nota che lo ritrae si vede bene il movimento per lanciare, e come rileva Ritter nel suo libro, Faust non ha una pallina in mano





permalink | inviato da il 8/9/2005 alle 17:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
16 maggio 2005
Il pitcher perennemente nervoso

   "...Fu la mia stagione migliore, il 1912: 34 vinte, 16 di fila, 3 altre vittorie nelle World Series; 279 strikeout, e a quei tempi pochi giocatori si facevano eliminare così. E, naturalmente, battei Walter Johnson 1-0 in quella grande partita a Fenway Park, il 6 settembre, un venerdì. I tifosi erano seduti praticamente lungo le linee di prima e di terza base. Le nostre panchine le avevano spostate avanti, a ridosso della linea di foul, e subito dietro avevano stipato tutti gli spettatori in più del normale: ce ne sarà stato il doppio della capienza. Era così affollato già un’ora prima dell’inizio che feci fatica a trovare spazio per riscaldarmi (c’è una fotografia che lo documenta: Smoky Joe Wood lancia in un corridoio creato da, come si dice, due ali di folla - NdB).
E sai quanti anni avevo? Ventuno, appena ventuno. Col futuro più luminoso che uno si potesse immaginare nei suoi sogni più pazzi.
E sai un’altra cosa? Finì lì. Finì, lì, proprio così. Il mio braccio incominciò a fare male l’anno successivo e i miei sogni crollarono come un castello di carte. I cinque anni successivi sembrarono un orribile incubo.
Il mio braccio continuava a peggiorare, il dolore era quasi insopportabile. Non avrei più lanciato: e allora? Maledizione, nel ’12 avevo anche battuto .290 oltre a vincere 34 partite. Sapevo battere, correre e difendere. Se non potevo più lanciare, potevo fare qualcos’altro.
Nel ’17 i Red Sox mi vendettero agli Indians per 15.000 dollari, e tornai ad allenarmi a primavera: avevo ventisette anni e ero una reliquia di un distante passato. Sentii padri dire ai loro figli: “Vedi quel ragazzo, là? È Smoky Joe Wood, tanto tempo fa è stato un gran pitcher.”
Non’ero più l’invincibile Joe Wood. Ero solo un altro giocatore che lottava per un posto in squadra. L’anno dopo, il 1918, eravamo pochi per via della guerra e ebbi la possibilità di giocare esterno. Ebbene, ce la feci. Battei .296 quella stagione, e per cinque anni fui l’esterno di Cleveland. Nel 1921 battei .366. Avrei potuto giocare qualche anno ancora, ma ero soddisfatto..."
- Smoky Joe Wood si racconta a Lawrence S. Ritter in ‘The Glory of Their Times’ (il più bel libro sul gioco del baseball, secondo me)



   Rick Ankiel sta cercando di diventare un esterno, nelle leghe minori. Dopo essere stato il pitcher più promettente del baseball (e più nervoso, a giudicare dal titolo di un articolo letto: 'The Boy with Perpetual Nervousness').
È finita nell'autunno del 2000, di fatto: un ventunenne campione che viene scelto per lanciare nella prima partita dei playoff e, con una delle prestazioni più imbarazzanti di sempre, infila una serie di cinque lanci pazzi (record negativo), per aggiungerne altri quattro (più una discreta serie di disastri collaterali) nelle due successive apparizioni, entrambe terminate senza completare un inning. Da allora, praticamente, solo qualche sporadica apparizione e all'inizio di quest'anno, quando si parlava di un suo ritorno fra i lanciatori partenti dei Cardinals, prima un disastroso allenamento (lanci ai compagni di squadra, e tre soli - su ventitre - validi) e poi l'annuncio della rinuncia a lanciare.
Ma che gli è successo? E perché la sua vicenda continua a essere così seguita dai giornalisti specializzati e dagli appassionati del gioco del baseball?
Secondo molti la risposta sta nei problemi familiari: un padre in carcere con una condanna, la venticinquesima della sua vita, per traffico di droga (e un fratello pure). Quel padre che ne ha seguito con così tanta attenzione la carriera; anche troppa attenzione secondo alcuni, dato che gli "chiamava" lui i lanci, lui sovente discuteva con arbitri allenatori e chiunque-altro-capitasse nel corso delle partite scolastiche, a lui guardava il giovane Rick in cerca di un segno di approvazione dopo una buona prestazione (una storia ben nota a molti ragazzini che eccellono in qualche sport, peraltro).
Quando Ankiel, diciottenne, ricevette un bonus di 2,5 milioni di dollari per firmare il contratto professionistico con St.Louis, venne paragonato a un altro lanciatore mancino che iniziò con i Cardinals: Steve Carlton. Si dice ora: tanto Carlton - che ebbe una carriera di eccezionale successo e sta nella Hall of Fame - era ignorante, arrogante e presuntuoso, tanto Ankiel è intelligente, timido, corretto.
"Nice guys finish last and all" sentenzia, lapidario, Brian Gunn in 'Rick Ankiel, Ex-Pitcher'.
Adesso lo paragonano a un altro lanciatore dei Cardinals: un Max Von McDaniel che nel 1957, lui pure diciottenne, firmò per 50.000 dollari. Descritto da tutti come un giovane sensibile intelligente e religioso, esordì subito nelle major vincendo i primi quattro incontri, senza consentire segnature per 19 consecutivi inning. Finì la stagione con un record di 7 vinte e 5 perse, una ERA di 3.22 e - con l'eccezione di due inning disastrosi nel 1958, in cui concesse ben sette basi per ball - non lanciò mai più con i professionisti. Nonostante il suo grande talento, c'era in lui qualcosa che lo destinava a fallire, per ragioni che nessuno - neppure lui stesso - ha compreso.
Lo stesso Brian Gunn non crede nelle possibilità dell'esterno Rick Ankiel: "sarà un'altra curiosità del precampionato - scrive - materiale per giornalisti in un pigro giorno di marzo; come Garth Brooks coi Padres (Brooks è un cantante - del country più melenso - di enorme successo che ogni primavera gioca in qualche amichevole - NdB), solo più deprimente."




permalink | inviato da il 16/5/2005 alle 14:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
16 febbraio 2004
I loro giorni di gloria

Domenica è morto Lawrence S.Ritter, 81 anni, per più di 30 anni professore di finanza alla NYU.
Più che per il suo libro del 1974 su denaro, banche e mercati finanziari sarà ricordato per un altro, scritto nel 1966, e intitolato The Glory of Their Times.
Ritter vi aveva dedicato quattro anni, girando con un registratore a intervistare vecchi signori che, altrimenti, di li a poco sarebbero morti senza lasciare memoria del tempo, epico se vogliamo usare uno scontato aggettivo, in cui praticarono il gioco del baseball nell'America dei primi anni del ventesimo secolo, arrivando a grandi stadi dopo avere iniziato a fianco di fattorie, in sagre di paese, talvolta nella riserva della propria tribù, per poi tornare a fine carriera a vite quasi sempre anonime, ravvivate soprattutto dalle memorie di quei giorni di gloria.
Un ritratto del tempo che fu molto ben scritto, e una testimonianza anche storica che merita una lettura.
Il libro ha venduto finora più di quattrocentomila copie e Ritter ne ha diviso i proventi con i giocatori e le loro famiglie.
</




permalink | inviato da il 16/2/2004 alle 11:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
maggio       

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte