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Il blog di Beppe Giuliano Monighini. Dal 2003
7 dicembre 2012
Tutti possono cambiare
Conoscevo poco le canzoni di Vic Chesnutt, e nemmeno bene anche tutte le sue sofferenze, devo dire
Ora mi sono ampiamente rifatto grazie al concerto dei Cowboy Junkies, e questa scoperta tardiva mi sta riempiendo di gioia musicale
Una cosa che ho notato solo oggi, invece, è che condivide la data di nascita con Neil Young. Buon giorno per i cantautori folli, il 12 novembre, pare






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27 novembre 2012
Fermo all'incrocio di Villanova


Oggi compirebbe 70 anni Jimi Hendrix, leggo.
Invece si fermò a 28, nel 1970, età maledetta e momento maledetto (Janis, Jimmorrison...).
Fine per consunzione di molti "miti" della breve folgorante illusoria stagione del potere dei fiori, della pace della musica e dell'amore.
Non ce li possiamo neanche immaginare settantenni, no?
(e vedere gli Stones settantenni sul palco, di questi giorni, non fa che confermarcelo).

Quando Jimi suonò a Woodstock, in un'alba stanca, sporca e abbandonata, la sua musica non lo convinceva più, le note che uscivano dalla sua chitarra non suonavano bene nella sua testa, niente stava andando come lui avrebbe voluto.
Eppure risento questo pezzo da quando, ragazzino, misi sul piatto per la prima volta il triplo ellepì, e questa improvvisazione (che in realtà non lo è) sempre (sempre!) mi rapisce.
Se davvero esiste la magia, se davvero è mai esistito un Merlino, ecco questo brano lo sta suonando un Merlino.
Fermo, per sempre ventottenne, nella sua personale foresta di ghiaccio.
All'incrocio di Villanova.







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22 novembre 2012
Song to Margo


Ho visto i Cowboy Junkies. Finalmente. Dovevo andare 23 anni fa, a Torino, è invece stato ieri sera a Rivoli. Poca strada, per un paio di decenni, ma ne è valsa la pena.
Uno dei concerti che ricorderò con maggiore piacere: per le canzoni, per l'atmosfera, per la voce e il fascino di Margo, per la chitarra limpidissima di Michael...
Ho lasciato - a malincuore - la Maison Musique (gradevole scoperta) con i cd della 'Nomad series', e da ieri sera non smetto di ascoltare 'Demons', tutto dedicato a Vic Chesnutt




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6 ottobre 2012
Taxigiallo leggero leggero
Che qualche volta si ha pur bisogno di westcoast, o di una divertente colorata e ben fatta canzoncina pop...





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2 ottobre 2012
45
Nel senso di giri, nel senso di anni fa...





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11 agosto 2012
At The Hop – La curiosa vicenda di Elmer Solly, il cantante Danny C

Uno dei gruppi minori che si guadagnò una notorietà grazie a Woodstock furono gli Sha Na Na, numeroso collettivo di revival del rock’n’roll, tra costumi in lamé dorato, brillantina e nostalgia degli anni ’50.
La loro vivace e adrenalinica esibizione con ‘At The Hop’ diede l’avvio a una carriera che continua tuttora (con altri momenti di celebrità grazie al film ‘Grease’ e a un programma televisivo nello stesso periodo a fine anni settanta).
Il numeroso e colorato ensemble (una dozzina di musicisti mediamente) vide ovviamente diversi cambi di formazione; per dire il chitarrista solista se ne andò nel 1970, e lo sostituì un Vinny Taylor, nato Chris Donald.



Negli stessi giorni in cui un’intera generazione viveva l’apice del proprio sogno di “pace e musica” sui prati della fattoria di Max Yasgur, a pochi chilometri di distanza un Elmer Edward Solly, ubriaco, in un accesso di rabbia uccise a botte Christopher, il bambino della sua ragazza, di soli due anni.
Solly fu condannato e incarcerato, sua madre e sua nonna sostennero fosse stato malmenato dalle guardie, quindi ottennero fosse trasferito in un carcere meno rigido, qui lo psicologo si prese a cuore la sua situazione, gli fece avere dei permessi per visitare la madre e durante una di queste visite, in cui era accompagnato solo dallo stesso psicologo, Solly evase.

Nel mese di giugno del’ 74, all’epoca dell’evasione di Elmer Solly, Vinny Taylor era morto da un paio di mesi, per una overdose.
Elmer, dopo numerose peripezie e cambi di identità, si trasferì in Florida, dove assunse (anche grazie a documenti falsi) la nuova identità di Daniel “Danny C” Catalano, nuovo nome d’arte dello stesso Taylor che, secondo quanto lui stesso diceva, aveva finto la propria morte.
Danny C divenne un protagonista della scena musicale del revival, in Florida, e visse la sua nuova esistenza fino alla fine degli anni novanta, quando le sue ricerche divennero un “cold case” con un detective del New Jersey che investigava; sua madre, l’unica che conosceva il suo segreto, morì rivelandolo al marito che aiuterà la polizia, mentre i veri Sha Na Na confermarono che questo Danny C non aveva mai suonato con loro.


Il detective ricostruì un identikit di Solly, invecchiato con la computer grafica di venticinque anni rispetto a una fotografia dei tempi della detenzione e ritrovò il fuggitivo... grazie al sito web di Danny C, il “bad boy” come si definiva, già cantante degli Sha Na Na.
Chissà se nel suo repertorio c’era ‘At The Hop’.



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9 agosto 2012
Back to the garden
Come molte nostre cose è nata per caso, e insomma Remo ha pubblicato sulla sua bacheca facebook un paio di video di Woodstock (quella vera, quasi mezzo secolo fa, accidenti), a me è venuta voglia di fare altrettanto, lui ha lanciato l'idea un video al giorno, in questi giorni in cui ricorre l'anniversario dei "tre giorni di pace e musica", io ho subito detto sì, per cui oggi sulle nostre bacheche ci sono i Jefferson Airplane e John B. Sebastian e domani... be', vedrete (se vi va, ovvio).

Intanto, m'è venuto in mente che miss Joni a Woodstock non potè andare (sì, proprio lei che ne ha scritto l'apologo) perché il suo manager la voleva al Dick Cavett Show.

Dove infatti andò e, insieme ai Jefferson Airplane, a David Crosby e a Stephen Stills, fu protagonista di quello che è ricordato come "Woodstock Show".

Che si può vedere su youtube, naturalmente, e anche qui sotto (ehi, merita!)...









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sentimenti
15 maggio 2010
Ultimo viaggio...
Guidavo un taxi una volta, lo sai
poi ho sentito il canto delle sirene
ho accostato a bordo strada
e sono precipitato in un sogno...





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23 settembre 2009
So che a tua mamma non piaccio, perché suono in una rock’n’roll band
 

 Bruce, il più grande intrattenitore della storia del rock (e probabilmente il più sincero) compie 60 anni oggi (sessanta: fa effetto, no?)
Basta guardare questo video di quando lui e la E Street Band viaggiavano alla massima velocità per capire cos’era un loro concerto (e peggio per chi non l’ha visto mai)


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Bruce Rosalita

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15 maggio 2009
Una “ragazza cattiva” in tre canzoni: Rickie Lee Jones
 Rickie Lee Jones è stata una ragazza cattiva e, naturalmente, da ragazza cattiva era mooolto interessante.
I suoi dischi migliori li ha incisi fra la fine degli anni settanta (quando Tom Waits se la
sbatteva sul cofano dell’auto della copertina di ‘Blue Valentine’) e la metà degli anni ottanta; ‘Magazine’ è fra l’altro il disco con cui mi ipnotizzò, fissandomi intensamente dalla vetrina di un negozio di dischi (oggi, come molti, estinto: si chiamava ‘Monferrato’ ed era uno degli storici negozi di dischi, e strumenti musicali, alessandrini).
Qui sotto potete vederla (sempre da
san-iutub”) suonare dal vivo ‘Last Chance Texaco’ - ne ricordo una versione emozionante allo Smeraldo di Milano, verso la fine degli anni ottanta, così come ricordo il gentile milanese che mi scortò fin là con l’auto, perché m’ero perso la strada completamente.
Potete poi vederla ospite di un notissimo programma statunitense presentare, appunto, ‘Magazine’.
E linko (dato che il video non si può incorporare), da un film che all’epoca m’era piaciuto moltissimo - ‘Subway’ di Jean Luc Besson - il ballo fra i protagonisti Christopher Lambert e Isabelle Adjani, una piccola scena assai romantica al suono di 'A Lucky Guy'.




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8 maggio 2009
Un “grande” in tre canzoni: Bruce Cockburn
 Grazie a “san-iutub” (che il Signore ce lo conservi) possiamo sentire (e vedere) tanta musica, molto spesso in interessantissimi live. Resta una delle migliori opportunità del web, per me.
Così ho pensato di pubblicare qui sul
taxigiallo qualche mini-antologia di ottimi musicisti, spesso poco noti.
Lui si chiama Bruce Cockburn, è canadese, è un eccezionale chitarrista acustico, e aggiungo poco altro perché la musica parla meglio di molti discorsi.
Scrive spesso canzoni politiche, e lo fa molto bene. Ho scelto ‘If I Had a Rocket Launcher’ (se avessi un lanciarazzi), ‘They Call It Democracy’ (la chiamano democrazia) e ‘Dream Like Mine’ da ‘Nothing but a Burning Light’, il suo disco che preferisco: quest'ultima la linko perché il video è “di proprietà” della casa discografica.




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1 aprile 2009
John Martyn



Anche nell’era dell’internet, del sappiamo tutto quel che è successo dappertutto subito, può succedere che mi sia del tutto sfuggita, per esempio, la notizia della scomparsa di John Martyn.
Una di quelle notizie, immagino, che non sono uscite sui quotidiani, perché John Martyn non aveva mai scritto canzoni diventate famose. Neanche questa qui, che Clapton ha interpretato (peggio di lui) nello stesso disco da cui tutti ascoltavamo, inevitabilmente, ‘Cocaine’.
John Martyn ha inciso almeno un paio di dischi che dovrebbero stare sugli scaffali di ogni appassionato di musica, però: uno si chiama ‘Solid Air’, l’altro ‘Grace and Danger

Se vi vien voglia di guardare (e ascoltarlo) su youtube, ‘Solid Air’ e ‘Sweet Little Mistery’ sono le mie consigliate.



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musica
5 marzo 2009
Non troppo vecchio per il rock’n’roll
 Da apprendista-chitarrista in pensione, devo dire che ho sempre molto rispettato i bassisti: fanno un mestieraccio, e spesso non godono della dovuta considerazione (be’ non vale per tutti, ovviamente: il bassista “Macca” ha avuto un più che discreto successo, e non solo perché suonava un originale strumento a forma di violino).
Tutto questo sproloquio, di fatto, solo per dire che il signore di mezz’età (detto con rispetto, eh, che c’ha pure un anno meno di me) nella foto è il mio amico Lucio d’Arrigo, di mestiere bassista (e non solo, certo) from Naples. Il suo gruppo si chiama Nebra, e lo potete ascoltare su myspace, qui.
Trattasi di sano e robusto rock’n’roll, impreziosito da una cantante dalla voce bella piena (e che sa pure cantare - rarità - in inglese). Meritano più di un ascolto.
(
ah, se come me vi siete chiesti che vuol dire Nebra, la risposta la potete leggere nelle “informazioni” su myspace)



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17 maggio 2004
Non ne scrivono più di canzoni sui treni

di Remo Ricaldone e Beppe Giuliano


 Non si dovrebbe iniziare con il finale, lo so caro Remo. Di solito, almeno, non lo si fa. È che ci penso e continua a venirmi in mente questa immagine, il treno che se ne va via nel paesaggio americano. Il film finisce. Anche malinconica, volendo. Ci penso e immediatamente me ne vengono in mente tanti di film che finiscono così: se ne scelgo uno è 'L'imperatore del Nord' (regia di Robert Aldrich, 1973 o giù di lì). Epico e interpretato da questi due grandissimi attori con meravigliose facce da treno, no? Il cattivissimo capotreno Ernest Borgnine appena sconfitto, il "numero uno", il vagabondo Lee Marvin celebra la sua vittoria scagliando giù dal treno Carradine (direi Keith, ché David se ne va su un altro treno in un altro finale interpretando Woody Guthrie nel film di Hal Ashby). È dei suoi, ma lo stesso lo butta giù, perché ha sì "vinto" ma lo ha fatto in modo scorretto. Non sarai mai degno, gli dice. Un finale che mi piacerebbe vedere, di questi tempi.


 Anche se nell’attuale società americana il treno come mezzo di trasporto è abbastanza snobbato, caro Beppe, nell’immaginario rimane ancora forte il suo fascino, sia per le implicazioni storiche che lo legano allo sviluppo economico e culturale degli Stati Uniti, sia per quelle metaforiche che lo hanno accompagnato, dalla voglia di fuga verso un mondo migliore all’espressione di sentimenti ricchi di malinconia e di speranza. Sin dallo sviluppo delle prime linee ferroviarie molte furono le canzoni che ne seguirono il cammino, alcune quasi propagandistiche che pubblicizzavano questo nuovo mezzo, altre che con taglio giornalistico o epico raccontavano degli inevitabili incidenti, degli atti di eroismo di ‘frenatori’ e macchinisti e delle rapine che presto iniziarono. Un ulteriore incremento di questo ‘filone’ della tradizione popolare americana (democraticamente presente sia nel blues sia nelle espressioni legate all’old time music e all’hillbilly) ci fu negli anni venti del ventesimo secolo con l’avvento dell’industria discografica e della radio, due fondamentali mezzi di espressione e di diffusione di idee. Non è un caso se uno dei più grandi nomi della scena hillbilly (più tardi commercializzata con il nome di country music) fu Jimmie Rodgers, chiamato ‘The Singing Brakeman’, nel cui repertorio furono tantissime le canzoni legate indissolubilmente ai treni. “Waiting For A Train”, “Train Whistle Blues” e “Hobo Bill’s Last Ride” sono canzoni che fanno giustamente parte della storia della musica americana e rappresentano quello che fu un intenso rapporto di odio/amore verso i treni e verso una professione che Jimmie Rodgers dovette interrompere per motivi di salute portandolo involontariamente ad una brillante anche se brevissima carriera musicale. In quegli stessi anni (siamo nel 1924) Vernon Dalhart, un’altra star della country music, incise una canzone intitolata “Wreck Of The Old ‘97”, racconto melodrammatico che parlava di un incidente ferroviario che diventò in assoluto il primo ‘million seller’ del genere. Durante e dopo il periodo della Grande Depressione una figura legata a filo doppio alla storia della ferrovia americana venne raccontata attraverso film, libri e canzoni tanto da diventare quasi leggendaria: l’hobo, il vagabondo che continuamente si spostava sui treni merci conducendo una vita fatta di fama e di stenti ma al tempo stesso ricca difascino e di poesia. A raccontarne le ‘gesta’ furono i molti folksinger e bluesmen dell’epoca, autentici giornalisti e cantori di una società che in quegli anni attraversò cambiamenti radicali, sia economici che culturali. Woody Guthrie, Cisco Houston, Leadbelly e molti altri impressero nel’immaginario collettivo un’immagine ricca di speranza e forza pur temperata da sofferenza e tristezza. In questo senso “Hobo’s Lullabye” (di Woody Guthrie) rimane una delle più belle ballate, mentre altre due splendide train songs, firmate da Leadbelly (uno dei più grandi musicisti di colore della musica americana) sono “Rock Island Line” e “The Midnight Special”, quest’ultima ripresa negli anni sessanta anche dai Creedence Clearwater Revival, una intensa ode alla libertà a cui anelano i detenuti di un carcere vicino al quale ogni notte passa un treno e tutti i sogni a esso legati.

 

 Hai finora parlato al passato, caro Remo. Confermi il titolo di un disco che ho trovato in vendita sull'internet. http://www.railserve.com/music/ classifica 48 dischi a tema. Non ne scrivono più di canzoni sui treni, si intitola il disco (quel melò che tanto mi piace): "They Don't Write Songs About Trains Anymore". E trovo un altro grande titolo come: "Daddy, What's a Train?: Songs of Train Wrecks, Rides & Hobos"; lì si trovano ben otto titoli di dischi a tema per bambini e ben dodici di sound effects da "Trains In The Night" ai due volumi di "Air Horn Symphony" (sì, proprio la registrazione dei vari clacson - si chiameranno così per i treni?).

Si trova proprio tutto sull'internet. http://www.uclan.ac.uk/library/musrail.htm ha un approccio scientifico, e classifica le musiche a tema per data dalla 'Rail Road March (for the 4th of July)' per piano di Christopher Meineke del 1828, composta per celebrare il primo treno passeggeri statunitense fino a un rap del 2003 per una commedia chiamata 'Boy Steals Train' - parla di treni del metrò, peraltro, quindi andiamo fuori tema, no? E copre l'intero pianeta: al 1880, infatti, si trova 'Funiculi, funiculà' di Luigi Denza - "a song to commemorate the opening of the funicular railway to the summit of Vesuvius; it was adapted by Strauss, orchestrated by Rimsky Korsakov, given jazz/big band treatment by the Dorsey brothers and a rock interpretation by The Grateful Dead in 1977". Non lo sapevo ma non stento a crederlo.


 Tutti i grandi della country music e del blues prima e della musica rock poi, hanno subito il fascino del treno mettendo in musica sia l’aspetto più concreto e materiale del mezzo di trasporto, sia quello metafisico legato a concetti religiosi o al contrario come metafore di sensazioni e sogni. Da Hank Williams Sr. a Muddy Waters, da Merle Haggard a Elvis Presley fino a Johnny Cash, i treni hanno visto rivitalizzare la propria immagine attraverso canzoni e dischi che sono diventati dei classici della musica americana. Album come “Ride This Train” di Johnny Cash (1960), il tributo a Jimmie Rodgers da parte di Merle Haggard intitolato “Same Train, Different Time” (1969) e “My Love Affair With Trains” sempre del vecchio ‘Hag’ (1976) sono dei piccoli classici interpretati con un feeling assolutamente straordinario. Anche in tempi recenti, per parzialmente smentirti, il mondo della country music e della musica delle ‘radici’ in generale ha subito il fascino dei treni con un forte impulso nell’affrontare una tematica che è stata letta attraverso metafore religiose (sintomatica in questo senso la splendida “Long Black Train”, recente successo dell’esordiente Josh Turner, uno dei pù validi nuovi nomi della scena di Nashville), comunione di intenti nel riproporre la tradizione (“Same Old Train”, una delle migliori composizioni di Marty Stuart non a caso inserita in un disco intitolato “Tribute To Tradition”, omaggio ai grandi del genere country da parte dei più importanti artsti contemporanei, dalle Dixie Chicks a Randy Travis, da Wade Hayes e Clint Black). Poco prima della sua scomparsa, nel 1997, anche John Denver tributò omaggio al mito dei treni con un eccellente (probabilmente uno dei suoi dischi più riusciti) album intitolato “All Aboard”, viaggio interamente acustico nella tradizione country, folk e blues. Grazie ad una selezione scelta con oculatezza, un misto di brani vecchi e recenti e al supporto di una band in cui spiccano tutti gli strumenti tipici del country e del folk (banjo, fiddle, dobro e mandolino) il disco rimane un lavoro dal fascino intenso. “City Of New Orleans” di Steve Goodman, “Jenny Dreamed Of Trains” di Vince Gill e Guy Clark, “Waiting For A Train” di Jimmie Rodgers, “Old Train” di Herb Pederson, “Last Train Done Gone Down” e molte altre canzoni rivivono in maniera brillante e vengono rilette con semplicità e profondo amore per le proprie tradizioni.


 Ah, incominciavo a temere non mi citassi la miglior canzone sui treni mai scritta. Sai, http://www.thespoon.com/trainhop/songs.html classifica quasi seicento versioni di train songs (le canzoni sono meno essendo molti titoli elencati nelle diverse versioni, 'City Of New Orleans' torna cinque volte, per dire: sempre in buon numero comunque, anche se i "criteri di ammissione" mi paiono molto ampi: ci si trova pure "Locomotion", l'hit scritto da Carole King per la sua bambinaia Little Eva) e soprattutto usa questo termine che mi piace alquanto: "locomotomusicophile". Non mi viene da tradurlo.

Io me ne ero annotate altre, di canzoni. È che "sul piatto" (come ai tempi prima del cd quando trasmettevamo in radio e il programma sulle train songs era un nostro "cavallo di battaglia") ne abbiamo già messe tante, e allora giusto per chiudere aggiungo solo la struggente 'Desperados Waitin' For A Train' del grandissimo Guy Clark (treno, western, Texas, amicizia e dolore: non manca assolutamente niente, no?), la 'Train In The Distance' in cui magistralmente Paul Simon associa l'immagine del treno che se ne va lontano con la fine di una storia d'amore e direi che pure noi ce ne possiamo andare (luci rosse di coda dell'ultimo vagone che svanisce nell'ampio paesaggio americano, ovvio) con un paio di versi significativi di un altro traditional come 'Mistery Train':

"Train I ride, sixteen coaches long

Train I ride, sixteen coaches long

That big black train, took my baby and gone."<




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11 marzo 2004
Una Ofelia del Bronx in velluto nero

di Beppe Giuliano



 Me l'ha ricordata Giulia, sai. Per certi tratti del viso: l'ovale allungato e anche le sopracciglia folte, caratteristica familiare che Giulio (quanti Giulio/Giulia!) con simpatica impertinenza ha notato quando abbiamo vista la fotografia dei bimbi. Anche per i lunghi capelli lisci neri. Nelle vecchie fotografie di lei scendono sempre sugli occhi così seri e scuri.
Me l'ha ricordata Giulia, sai. Quando ha letto quell'esercizio di scrittura e sentivi qu
alcosa in più, la confrontavi con le altre cose scritte dalle sue coetanee e notavi la differenza. La guardavo leggere e osservando i tratti del viso per quel si vedeva attraverso quei lunghi capelli lisci neri, m'è venuta in mente una vecchia canzone, scritta da una che aveva pressappoco l'età di Giulia.
E pensavo com'è che succede quando, in modo inspiegabile (almeno per me) la musica e le parole passano attraverso la testa e fuori dal corpo. Com'è che una ragazzina di sedici anni scrive una canzone che parla delle propria morte, e non si tratta di una confusa pagina di diario d'adolescente, no; ne sortisce un gioiellino che ancora adesso a riascoltarla vengono i brividi, credimi.


I swear there ain't no heaven
And I pray there ain't no hell
But I'll never know by livin'
Only my dyin' will tell
('And when I die')




 A sedici anni aveva già scritto il classico 'And When I Die' portato al successo da Peter, Paul e Mary, poi dai Blood, Sweat and Tears. Fra le sue composizioni da adolescente 'Wedding Bell Blues', 'Stoned Soul Picnic', 'Blowin’ Away', 'Save The Country' e 'Sweet Blindness' tutte divennero successi per The Fifth Dimension, così come 'Eli’s Comin’' per Three Dog Night e 'Stoney End' per la Streisand.
Laura Nyro (Nigro all'anagrafe) era nata a New York,
quartiere del Bronx, il 18 ottobre '47 e cresciuta nella musica. "Da ragazzina andavo a cantare, a una festa o per strada, perché ci trovavi gruppi vocali lì (per esempio alla stazione del metrò fra Grand Concourse e la 170ima) e quella era una delle cose più gioiose della mia giovinezza. Il fatto che potevi semplicemente uscire a cantare. Se ci penso ora, dopo tutti questi anni, è come se da ciò avessi avuto un'esperienza spirituale, olistica."
Negli anni sessanta incideva, uno in fila all'altro, un buon disco d'esordio per la Verve e poi tre album generalmente ritenuti capolavori: 'Eli and the Thirteenth Confession' seguito dal quasi-gemello 'New York Tendaberry' e da 'Christmas and the Beads of Sweat'.
"La sintesi ideale di jazz soul e doo-wop con una risonanza emotiva che aggiunge significati alla parola catarsi," scrissero.
"Le canzoni di Laura sono sempre state meticce," scrissero. "Sono mappe d'amore, stazioni di un viaggio sentimentale; strade di New York così piene di movimento ma anche così sterili e solitarie, ubriache e tossiche, la bizzarria narcotica di una città che si nutre di sé."
Lei vestiva come una fortune teller spagnola o una madam portoricana, scrissero. Come una torch singer, come la ragazza cattiva dei b-movie degli anni '40, - scrissero - come una stella dell'opera in fuga, come una strega, come una Madonna funky, come la Rosa dell'Harlem spagnola.
Una Ofelia del Bronx in velluto nero.
Lei, ragazzina, andava in studio di registrazione e senza conoscere la musica (meglio, senza conoscerne la sintassi) inventava
gli arrangiamenti più sofisticati mai sentiti nel pop e dirigeva orchestrali di-lungo-corso dicendo loro: i violini possono darmi un suono grattuggiato, d'una spiaggia coperta di ciottoli marini? suonate i corni sentendovi guerrieri indiani sul piede di guerra? me lo fai sentire d'un blu più chiaro?
Quando venne per registrare in 'New York Tendaberry' Miles Davis, il grande Miles che lei idolatrava ascoltò attentamente la musica di Laura per poi giustificarsi: "Non posso suonarci. L'hai già fatto tu."




I've got a lot of patience baby
That's a lot of patience to lose.
('When I Was a Freeport and You Were the Main Drag')




 Credimi: questo verso, se lo senti cantare da lei, è meraviglioso.
Laura incise un quinto album e fece un'altra cosa inusuale: un disco senza nessuna sua composizione, come si dice un "album di cover" (adesso vanno di moda, nel 1971 non li incideva nessuno). Un disco bellissimo di canzoni soul. Con i cori delle LaBelle (anni prima del loro enorme successo commerciale di 'Lady Marmalade').
Poi smise. A ventiquattro anni. Forse perse tutta quella pazienza.
Poi ricominciò. Altri cinque dischi incisi in vent'anni (cinque in cinque anni, prima). Alcuni anche belli. Ma la magia non c'era più.
Scrisse canzoni attente all'ecologia, al femminismo, il s
uo album del 1984 - 'Mother's Spiritual' - è addirittura considerato il primo disco new-age inciso da un'artista di successo.
Decise che agli uomini preferiva le donne. Lasciò il marito e visse con una compagna.
Morì giovane, nel 1997. Succede sovente ai geni.
Laura Nyro era un genio. Su questo non ho dubbi.




I love my country/ As it dies
In war and pain/ Before my eyes
I walk the streets/ Where disrespect has been
The sins of politics/ The politics of sin
The heartlessness that darkens my soul
On Christmas
('Christmas In My Soul')




 Lei aveva questa grande passione per le festività, una passione molto latina (suo padre era un italiano che suonava la tromba, sua madre una ebrea che ascoltava Ravel e Debussy). E sapeva scrivere di pace, e delle tragedie che anche nei giorni di festa possono "oscurare l'animo" in modo toccante.
Ricordo il Natale del '69 quando avevo sei anni, racconta Danny Nigro sul sito ufficiale dedicato a Laura. Venne a casa nostra portando regali, indossando un lungo abito nero. Divertente che, anche allora, non pensavo lei fosse "originale". Pensavo fosse moderna e cool, e mi piaceva stare con lei. S
e ne andò e misi sul giradischi il suo primo album; quando suonò 'Stoney End' mia madre rise di cuore mentre lei cantava ero stata allevata alla legge del buon Gesù perché ovviamente non era così.
Non so se fece testamento, anche perché il molto che ci ha lasciato sta nelle canzoni ed è di tutti. E il suo testamento in musica, d'altronde, l'aveva scritto da ragazzina di sedici anni.




All I ask of livin'/ Is to have no chains on me
And all I ask of dyin'/ Is to go naturally.
And when I die /And when I'm gone
There'll be one child born/ And a world to carry on.

< div>




permalink | inviato da il 11/3/2004 alle 16:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
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