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Il blog di Beppe Giuliano Monighini. Dal 2003
18 settembre 2012
Il blues dell’ultimo treno



Ci sono un uomo e una donna, sul marciapiede del binario tre, nella stazione deserta, sul lato sbagliato della mezzanotte...

Andavo in questo locale, si chiamava Palomar, ci suonavano dal vivo il sabato. Capitavano lì musicisti abbastanza bravi da conquistarti per una sera, ma non abbastanza famosi da finire alla radio, a meno che li trasmettessi tu stesso, il lunedì dopo; comperavo regolarmente il loro ellepi, e la sigla che portava era tipo ‘0002’ perché quella casa discografica, con sede nella cantina o nel garage del musicista, durava il tempo di stampare poche copie di uno o due dei suoi dischi, e finiva ancor prima della storia d’amore con la donna che si chiamava sempre come l’etichetta: ci sono vinili della ‘Martha Records’, della ‘Gerardine’... sul ripiano riservato agli sconosciuti talentuosi sfortunati.
Ci andavo in quel periodo nebbioso. Lentamente finivo di studiare e non avevo una gran voglia di inquadrarmi. Il mio amore con T. appassiva e proprio non riuscivo a rendermi conto di come avrei potuto continuare a respirare mentre l’aria piano piano usciva fuori dalle stanze in cui entravo io.

Certa gente aspetta il denaro, certa gente aspetta l’amore, certa gente aspetta Gesù quando le cose si fanno difficili; ma nella stazione deserta, sul lato sbagliato della mezzanotte...

Suonavo ancora, allora, e ancora non avevo il coraggio di suonare davanti alle persone. Mi esercitavo, miglioravo, conoscevo sempre meglio il manico della mia chitarra, e non serviva se non a me stesso. Non avevo un garage o una cantina, altrimenti ci sarebbe in giro da qualche parte un perdibilissimo esemplare quasi unico, probabilmente registrato su una cassetta. Per fortuna non avevo un garage o una cantina.
Ricordo una cassetta registrata, e accidenti non la trovo più. Era di un tipo così sconosciuto da non avere, oggi, neppure la sua pagina sull’internet, neanche un solo sito dove qualcuno come me scrive poche righe su uno come lui, su un Peter qualchecosa che mandava in giro un perdibilissimo esemplare quasi unico registrato su una cassetta.
Avevo imparato due sue canzoni, so ancora suonare i ritornelli, una dice che certe le vinci, certe le perdi, certe semplicemente scivolano via. L’altra dice che va tutto bene a quelli che assomigliano a Steve McQueen, a quelli con l’aspetto di chi non ha mai attraversato una notte insonne.

...e lui cerca di sopravvivere, con le piccole cose che ha; tutti i suoi minimi fallimenti neanche finiscono tra le ultime notizie ma in quella stazione sola, a tarda notte...

Tengo premuto il tasto “fast forward-avanti veloce”, e quando lo rilascio cerco di resistere alla tentazione di guardare dove sono arrivato, se sono andato avanti, o se invece c’era la funzione “auto reverse” e ho girato un bel po’ in tondo.
Quello che ritrovo, di certo, sono gli ellepi sul ripiano riservato agli sconosciuti talentuosi sfortunati, e il ricordo della melodia di una canzone o due con cui, per una sera almeno, sapevano conquistarti.
Di solito era una canzone malinconica. Quasi tutte lo sono.
Una però iniziava male ma riusciva a finire bene, come se lui, quel Paul qualcosaltro, lui ne sapesse un po’ più degli altri.
Magari già sapeva che può davvero succedere che la stanza si riempie di aria da respirare, e di luce e di sole quando, inaspettatamente, si apre la porta e, camminando senza neanche sfiorare il pavimento, nella stanza entra lei.

Certa gente aspetta il denaro, certa gente aspetta l’amore, certa gente aspetta Gesù, quando le cose si fanno difficili; noi non possiamo aspettare per sempre, non abbiamo niente altro ancora da perdere, e allora perché non ce ne andiamo insieme fino alla fine dei binari, ce ne andiamo insieme col blues dell’ultimo treno.

*****
da ascoltare:
Last Train Blues, Paul Millns




permalink | inviato da GrandeTaxiGiallo il 18/9/2012 alle 12:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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