Sembra
la storia stessa della chiesa. Pagine e pagine, anche polemiche, su
don Verzè, poche righe su Luisito Bianchi, sacerdote, operaio,
scrittore.
Eppure gli dobbiamo ‘La messa dell’uomo disarmato’,
un grande libro del ventesimo secolo, come dice la copertina “un
romanzo sulla Resistenza” (e non solo), che abbiamo letto grazie al
grande lavoro di Giulio Mozzi quando curava la collana ‘indicativo
presente’ di Sironi, che pure ha pubblicato ‘Come un atomo sulla
bilancia’.
Racconta, questo, degli anni da operaio in una
grande, dura, fabbrica, del nord. Non la nomina mai, Luisito Bianchi,
e neanche nomina la città - non erano importanti per lui, direi, era
la Fabbrica, era la Città della Fabbrica, tutte uguali per chi vive
del lavoro - ma sappiamo che era qui, a pochi chilometri da casa mia.
La vita in fabbrica, probabilmente, può
essere qualificata con buona parte degli aggettivi che si trovano nel
vocabolario della lingua italiana ma anche, credo, in altri
vocabolari se la fabbrica si trovasse in altri paesi. Siccome il mio
vocabolario è molto limitato, ne scelgo un paio, e anche questi
senza troppe sfumature.
Ho avuto l’impressione, forse originata
dal fatto che ho letto qualche cosa dei tempi antichi, che la vita di
fabbrica si ancorasse a epoche remote, una vita antichissima.
(...)
Ogni giorno, entrando nel grande reparto, mi vengono incontro i
costruttori delle piramidi, i fabbricanti di mattoni della razza di
Mosè, gli esiliati che hanno appeso le loro cetre ai salici lungo i
fiumi di Babilonia, la folla che grida nei circhi: pane e giochi, i
servi radicati alla terra come piante; e queste lunghe teorie di
uomini, senza volto né nome, si mescolano con gli amici del mio
reparto e prendono il loro nome e il loro volto.
(...) Può
sembrare che faccia della demagogia romantica di bassa lega. Non so
dire. Per me la schiavitù non è stata abolita da nessuna
convenzione internazionale. Continua nella fabbrica, nel mio reparto,
con sbarre un po’ più allargate, ma continua... Non hai il numero
sulla schiena ma ce l’hai sul cartellino. È lo stesso. Non hai sul
petto il marchio del tuo faraone ma ce l’hai sulla tuta. È lo
stesso. L’affitto, il pane, il vestito, la vita della moglie e dei
figli, dipendono dal tuo faraone che ha sempre il pollice
privilegiato, sia in fabbrica che fuori: e se lo rivolge verso terra,
ti accorgi veramente che lui è sempre il padrone.
(...) Non è
cambiato niente. Sì, le sbarre si sono allargate, le dinastie
faraoniche possono mutare più alla svelta con rivoluzioni nei
consigli di amministrazione, possono perfino non avere più nome, ma
è rimasto tutto perché la schiavitù continui.
La
novità, anche, nella fabbrica:
Ma la vita di fabbrica (e scelgo il
secondo aggettivo) è anche sempre nuova. Lo dico non per il gusto
della simmetria ma perché, quotidianamente, mi appare veramente
così. Del resto non trovo niente di strano che una vita antichissima
possa essere sempre nuova. Abramo è antichissimo ed è sempre il
padre dei credenti. Bach sta compiendo i trecent’anni e mi suona
ancora il clavicembalo ben temperato nella mia stanza... Insomma,
l’antico e il nuovo nella vita di fabbrica, o semplicemente nella
vita, si danno la mano e camminano sul ritmo del mio passo fino a
quando mi fermerò; poi non so che sarà, se tutti e due
scompariranno e mi lasceranno fissato per sempre nell’istante degli
addii, oppure dovrò io regolare il mio passo sul loro, e chissà che
corse!
E
la speranza (non la fiducia che le cose cambieranno):
Nei tre anni di fabbrica scopersi,
infatti, la speranza. È umiliante affermare che la scopersi a
quarant’anni, quando già sapevo, fin dai banchi del catechismo,
che esisteva come seconda virtù teòlogale. Ma se si scopre tutto in
una volta, non c’è più gusto a vivere. Ho il grande desiderio di
scoprire ancora qualche cosa l’ultimo giorno della mia vita,
prevedendo il rimpianto che avrò nel lasciare indietro molte cose da
scoprire. Se uno scopre la speranza non può disperare.
La
speranza, che mi venne incontro senza che io la chiamassi, non ha
niente a che vedere con la fiducia che le cose cambieranno. La
fiducia nasce dalla constatazione di premesse che lasciano
intravvedere delle conseguenze nella direzione desiderata. Io non
vedo nessuna premessa e, logicamente, nessuna conseguenza; per questo
non ho fiducia.
Chi
la fabbrica non la vive non è in grado di capirla, ci racconta
l’operaio Luisito Bianchi:
I giovani marxisti-leninisti o di Lotta
continua che stazionavano, a giorni, davanti alla fabbrica
distribuendo volantini, non l’avevano capito e davano l’impressione
che la loro passione operaia consistesse nella scelta di frasi e modi
di dire molto più frequenti in altri ambienti che non in fabbrica,
forse per coprire il loro smarrimento di fronte a una realtà che non
potevano conoscere coi mezzi a loro disposizione.
Perché
il lavoro è fatto di tante persone, e delle loro azioni:
Tommaso, in ventiquattro anni di
fabbrica, ha messo a tacere non so quanti quadri dirigenti coi suoi
consigli sulla lavorazione perché, in sostanza, fuori dalla
fabbrica sono tutti manovali.
Ci sono tre sindacati nella mia fabbrica; il quarto, quello dei
padroni, lo si trova disperso un po’ in tutti e tre, con
percentuale variabile a seconda dei piccoli favori che la direzione
sa sapientemente elargire. È chiaro che nessuno vuole appartenere a
quest’ultimo sindacato e affermare che un membro della commissione
interna o della rappresentanza sindacale del primo o del secondo o
del terzo sindacato appartenga al quarto, è ingiurioso e calunnioso;
ma gli operai non guardano a certe finezze e lo affermano con estrema
tranquillità. Io non l’ho mai affermato, convinto che il solo
fatto di appartenervi è già abbastanza umiliante per tutti così
che non merita nemmeno parlarne. Ciò non mi impedisce di vederlo e
di provare una gran rabbia nel constatare quanto possano attrarre le
briciole cadute dalla mensa del padrone.
Per gli impiegati il discorso è
diverso. Il picchettaggio è necessario. Gli impiegati si credono dei
quadri dirigenti e sperano sempre di allargare il loro quadrato. Non
s’accorgono che sono anch’essi un puntino benché i tavoli della
loro mensa portino la tovaglia. Ma anche loro, adesso, scioperano, in
omaggio alla coscienza sindacale che cresce e alle gomme della loro
auto.
Giovanni sospira: Te lo dicevo fin dal
primo giorno, ci vogliono ignoranti. Loro comandano soltanto se ci
sono degli ignoranti.
I tempi buchi sono un inconveniente
tecnico che il capitale non è ancora riuscito a eliminare. Ha
cercato, bisogna rendergliene atto, di sopprimerli anche nel mio
reparto.
Chi
era l’operaio, e sacerdote, che lavorava nella grande, dura,
fabbrica?
Allora ero focoso perché ero un
ragazzo. Ora sono meno focoso anche se mi sento ancora un ragazzo.
La liturgia m’ha sempre appassionato.
Ho una certa familiarità coi monasteri benedettini, dove tutto si
compie con una perfezione che farebbe invidia al regista più
esigente.
la Salve Regina... tanto è penetrante,
soprattutto là dove dice che stai galleggiando in una valle di
lacrime e ti invita a fare di tutto per non andare a fondo.
Concelebro col parroco, un uomo chic,
di quelli che preferiscono dare un’ora e una scatola di biscotti a
una vecchietta da diciottomila lire al mese piuttosto che cinque
minuti alla discussione salottiera sulla riforma delle pensioni. Le
vecchiette gli sono grate e una loro rappresentanza c’è sempre
alla messa concelebrata durante la settimana. Se mancassero loro,
bisognerebbe restaurare la chiesa per dare una ragione alla sua
chiusura. Amo molto le vecchiette, forse spinto da un sentimento di
gratitudine per quanto hanno fatto come compagne di viaggio dei loro
uomini, ma penso che la messa non è un pio esercizio in preparazione
alla buona morte...
Quando c’è la luna, guardo la luna.
Non l’avevo mai guardata così a lungo e intensamente perché
dicono che guardare la luna sia una faccenduola di liceali
innamorati, almeno quelli di una volta. Adesso me ne rido di quello
che dicono e guardo la luna, quando c’è; tanto non sono più un
liceale. Anche le stelle guardo, quando ci sono, in quei cinque
minuti che, spesso, converto volentieri in sei e anche in sette. Così
moltiplico per cinque la distanza fra le ruote posteriori dell’orsa
e mi catturo la stella polare. È un lusso, lo so bene, guardare ogni
quattro giorni le stelle e per più di cinque minuti... Guardarle
gratuitamente significa godersele tutte; e solo un operaio che fa il
turno di notte se lo può permettere. In questo modo le stelle
concorrono a ristabilire un po’ di equilibrio sulla terra a
proposito di lusso e di privilegi. Faccio un mezzo cerchio attorno
alla stella polare e mi trovo davanti all’orologio della timbratura
del cartellino.
E
la fine di quell’esperienza ci dice molto, di lui:
L’orologio è andato avanti qualche
minuto. Loro stanno pagando il tributo al dio Moloch; io sto
scrivendo, nella mia stanza, al caldo, che «loro stanno pagando il
tributo al dio Moloch». C’è un po’ di differenza. Per questo,
anche se quanto ho scritto dovesse essere un segno della mia
gratitudine, ne esco senza orgoglio, a testa bassa
Come
qualcosa, della fine, gli insegnò forse l’anziano arciprete del
suo paese (dalla “messa”):
Ormai sono vecchio, la mia corsa può
terminare da un momento all’altro, l’ultimo porto può essere
all’ultima insenatura: per questo sento il bisogno di comunicare a
qualcuno tali scoperte perché egli possa continuare la sua corsa
portando in sé un po’ di me stesso.
Tieni a mente, caro, quello che ti dice
il tuo vecchio arciprete. La vita non si può fermare. Se io ti
parlo, è perché la vita ha la sua ultima parola anche sulla morte.
Ed è la mia stessa vita che continuerà in te attraverso le mie
parole, la vittoria della mia vita sulla morte che la vorrebbe
annientare.