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Il blog di Beppe Giuliano Monighini. Dal 2003
3 aprile 2012
Mi piace restar qui sullo stradone
Da bambino mi ci portava mio padre, a veder passare la Sanremo...
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Adesso sono io che ci porto i miei figli...
HDR030

Certo, il posto è rimasto tal quale, com'era quarant'anni fa
Un po' di foto sono qui
(ehi, c'è anche Poulidor nelle foto. E Gimondi. Ocana e Rudi Altig, per dire)



permalink | inviato da GrandeTaxiGiallo il 3/4/2012 alle 18:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
2 aprile 2012
Hanno asfaltato il paradiso...
Questo taxigiallo volentieri dà un passaggio a due ecologisti, belli a vedersi...


"mansueti ma con gli aculei" (di certo, almeno, quello a destra nella foto).
Loro sono le menti del Porcospino, nato "ad Alessandria parecchi anni fa. Quando la comunicazione si faceva ancora con la carta"
"A partire dal 1999 - raccontano - e con un certo anticipo rispetto a molti altri, cominciammo a renderci conto che con quella nuova diavoleria che erano le e-mail si potevano raggiungere in maniera molto più rapida, semplice e (soprattutto) economica altrettante persone. Fu così che un po’ per volta e con periodicità sempre più assidua il Porcospino divenne una newsletter digitale."
"Oggi il Porcospino raggiunge oltre 2.200 indirizzi mail" ed è anche un blog: http://www.ilporcospino.org/
E il ragazzo a destra nella foto (quello con la barba, per capirci) si chiama Mauro Cattaneo ed è un amico del conducente del taxigiallo (che lo dice per vantarsi, sia chiaro), e con l'aiuto di un po' di alessandrini sarà presto un eccezionale consigliere comunale...



permalink | inviato da GrandeTaxiGiallo il 2/4/2012 alle 20:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
1 marzo 2012
Alessandria VentiVenti comincia qui
Alessandria, da ieri sera, è entrata nel circuito #smartcity
Il comunicato stampa qui
E qui quello che guida il taxigiallo



permalink | inviato da GrandeTaxiGiallo il 1/3/2012 alle 17:36 | Versione per la stampa
21 febbraio 2012
Ritornerò in ginocchio da te
Anche da discreto "seguace" di 'Top Gear' (non l'avete mai visto? "continuiamo così, facciamoci del male") non trovo niente di particolarmente diffamante nel test che Corrado Formigli, appunto in stile 'Top Gear' (dove ne fanno e dicono ben di peggio) ha condotto sull'Alfa Mito (e non stiamo parlando di un'auto che celebreremo ancora tra decenni, peraltro).
E mi lascia basito la condanna per "informazione non variteria e diffamatoria" comminatagli dal Tribunale di Torino.
Anzi, prima ancora mi lascia basito che sia stato, come si dice, trascinato in tribunale da una ditta, di certo abituata a informazione molto più disponibile (ehm), che forse potrebbe pensare a cose più importanti, a partire da un catalogo prodotti che, lo vediamo anche nel servizio, non regge la concorrenza.





permalink | inviato da GrandeTaxiGiallo il 21/2/2012 alle 7:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
14 febbraio 2012
Gli altissimi negri
Astolfo Di Amato, il legale di Schmidheiny, sottolinea che «se passa il principio che il capo di una multinazionale è responsabile di tutto ciò che accade in tutti gli Stati del mondo, allora investire in Italia da adesso sarà molto difficile» (La Stampa, 14 febbraio 2012).

Ora. Sul cinismo degli avvocati, lo sappiamo bene, c'è un'amplissima letteratura. Che mi pare giustificata.
Però. Però quello che dice questo nobil signore è davvero inaccettabile, e dovrebbe essere - specie oggi, specie con l'attuale situazione economica - respinto al mittente con grande forza.
Perché. Perché il difensore dell'indifendibile barone svizzero cerca di far passare il concetto, pericoloso e agghiacciante, che si scelga di investire in un paese sulla base dell'impunità di cui, lì, si gode. Impunità anche quando il contatore dei morti, come per Eternit, è sulle migliaia e continua a salire.
Ennò. Mi dispiace, non è e non può essere così. Spero che molti vengano a investire qui, è ovvio, ma non perché qui siamo i watussi, come continua a pensare il barone svizzero con migliaia di morti sulla coscienza, e come ha cercato di dire ieri il suo nobile avvocato.



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13 febbraio 2012
Cultura, facciamo il punto. Gli appunti
Agli Stati Generali della Cultura, in Alessandria, sabato 11 febbraio 2012, la mattinata è stata dedicata al tema della formazione. Ecco alcune delle (molte) cose dette:

Stefano Molina. Fondazione Agnelli. Qualità ed equità nel sistema educativo italiano: due obiettivi coerenti
“Non c’è mai stata un’età dell’oro per la scuola italiana”
“È più importante quello che si apprende, rispetto al numero di anni passati a scuola”
“Le sfide:
- governo dell’autonomia:
-- autonomia scolastica: e le risorse?
-- decentramento: l’interazione tra Stato e regioni?
-- il federalismo fiscale (il vero “porcellum”)
- l’integrazione scolastica: dallo sbilancio di apprendimento alla scelta di composizione delle classi
(in provincia di Alessandria il 29% dei nati ha almeno un genitore straniero)
- il declino delle immatricolazioni universitarie”

Flavio Ceravolo. Università degli Studi di Pavia. Università regionali e sviluppo locale
“fare domande chiare all’Università”
“funziona se:
- crea capitale umano locale (anche attraendolo dall’esterno) essendo eccellenza in alcuni settori;
- fa ricerca di base anche in Alessandria, quindi dipartimenti universitari nelle sedi locali (stimolare partecipazione alla vita alessandrina);
- pubblico: governare la trasmissione tra ateneo e imprese”

 
Francesco Colombo. Editor Baldini Castoldi Dalai. Formazione e cultura
“intervenire a favore della scuola, i nostri istituti non possono essere ridotti come lo sono”
“intervento locale con l’aiuto di tutti i cittadini”
“non presentare ai ragazzi offerte strutturate in base alla nostra valutazione del loro gusto... se i ragazzi vogliono, per dire, la musica rap, facciamo un palco in un’area verde, comperiamo l’impianto di amplificazione, invitiamo i ragazzi a farsi avanti, li responsabilizziamo coinvolgendoli nella gestione delle attrezzature...”

Tavola rotonda. Formazione e mobilità economico-sociale. Coordina Beppe Monighini.
Alternanza scuola lavoro, un’opportunità per tutti (Flavio Ceravolo, in sostituzione di Michele Maranzana):
“insegnare la voglia della scoperta, accendere la miccia della curiosità”; “costruire esperienza, e responsabilità: verso sé stessi e verso gli altri colleghi”; “mettere ordine nella complessità che i ragazzi riportavano, per ricostruire”; “anche formare i formatori, attivatori di un processo di conoscenza curiosa”; “fare formazione vuol dire formare all’interesse”.
 
Conoscere per crescere (Francesca Ferraris di Labores), spin-off universitario anomalo (nato prima che l’Avogadro si desse un regolamento per gli spin-off), che si occupa di ricerca sociale, quindi nei servizi e non produttivo, molto longevo (nato nel 2003, e non figlio di qualcuno, né con santi in paradiso - a ribadire il problema di mobilità sociale che c’è nel nostro paese e anche nei nostri atenei, ndB): ci caratterizzano flessibilità, ma oggi anche incertezza; un buon segnale del nostro lavoro è che i nostri “clienti” ritornano da noi, soddisfatti dalla qualità del nostro lavoro; caratteristiche del nostro lavoro? Tenacia e passione.
Formazione per i disoccupati dei cantieri di lavoro (Nuccio Puleio): “apprendere ad apprendere”; “rapporto con il sapere diverso da quello normalmente praticato, intanto insegnando il lavoro su sé stessi”; “formatore come accompagnatore del viandante che è il formando, che ha ruolo centrale”; “aspetti relazionali favoriti dalla convivialità”.
Chiara Pinguello. L’informagiovani un servizio in evoluzione: dall’informazione orientativa al job club... “oggi per i ragazzi, col web 2.0, più facile incrociare le informazioni per verificare, quindi i nostri accessi (anche via web), oltre 50 al giorno, dedicati al 70% al tema della formazione finalizzata al lavoro, e alla ricerca di lavoro”; un modello di evoluzione all’inizio non condiviso da tutti gli informagiovani regionali, oggi invece preso ad esempio, “proporre figure nuove per bisogni nuovi, gestire percorsi di ricerca attiva del lavoro, e job-club”; prossima evoluzione “accreditarsi come centro di orientamento, un punto di riferimento che manca in città”.




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8 febbraio 2012
Grande narratore il Gordo, eh…

Una cosa scritta per vibrisse* (n. 46 del 21/10/2001) su Osvaldo Soriano, che morì quindici anni fa. Si parte dal libro di Edoardo Montes-Bradley, Osvaldo Soriano, Sperling & Kupfer, 26.500 lire (allora)...

Poco prima che il Gordo morisse morì la lucertola. Una bestiolina che aveva Manuel, il figlio di Osvaldo. E Manuel fece un funerale in pompa magna, con bara e tutto, alla sua adorata lucertolina. E quando morì il Gordo, poco dopo, il figlio portò una lettera al cimitero perché il Gordo la consegnasse alla lucertola in cielo. Quella non fu l’ultima lettera che gli portarono, perché un’amica andò a trovare il Gordo al cimitero e il custode, quello che spazzava le tombe, le disse: “Vengono certi tipi strani… vedesse, ma così strani… sa cosa fanno? Gli lasciano delle lettere. E peggio ancora, sa cosa fanno? Non ci crederà. Ridono. Vengono qui, si siedono vicino alla tomba e ridono”. E io pensai: Che bell’omaggio: lettere e risate! In fondo il mestiere di scrivere è il mestiere del postino. Si ricevono, si restituiscono parole che vanno e vengono, e il Gordo è stato capace di dare e di fare ridere la gente.
Questo breve scritto di Eduardo Galeano, impresso anche in quarta di copertina, mi ha convinto all’acquisto. È uno dei ricordi raccolti da Edoardo Montes-Bradley, prima per un film, ora anche libro, su Osvaldo Soriano, il Gordo, come era soprannominato – beffardo, proprio come Oliver Hardy, lui che probabilmente gli preferiva il Flaco Stan Laurel. Osvaldo Soriano, Sperling & Kupfer Editori, 26.500 lire (non costa poco, ahimè) è un libro che consiglio a coloro che, come me, avendo conosciuto (e amato) il Soriano che vagava, alle prese con un’indagine del tutto improbabile su Laurel e Hardy, insieme all’invecchiato Marlowe per una Los Angeles chandleriana [qui Beppe si riferisce al romanzo di Soriano Triste, solitario y final, gm], appunto, sentono il desiderio di conoscere meglio lo scrittore, il giornalista, ma soprattutto l’uomo. Grande narratore, il Gordo:
A Soriano piaceva raccontare storie. Nessuna sua opera scritta, per quanto geniale, è paragonabile al parlare con lui. Non era possibile smettere, potevo ascoltarlo venti ore filate. E questo non è rimasto scritto da nessuna parte, si è perso per sempre. (Felix Samoilovich)
Ma anche calciatore fermato da un brutto incidente e poi grande appassionato di calcio; timido che amava i gatti e inseguiva il fantasma del bizzarro padre inventore fallito; scrittore che soffriva terribilmente la sprezzante e ingiustificata sufficienza degli accademici che lo snobbavano; uomo che non temeva di esprimere le proprie opinioni politiche, e dovette trascorrere lunghi anni in esilio dopo che, in una trasmissione televisiva, un farabutto lo additò fra coloro da far sparire (molti intellettuali sparirono, nell’Argentina del processo – così si indica la dittatura del periodo 1976/1983, il cui programma fu enunciato dai militari nel tetro Processo di Riorganizzazione Nazionale, qualcosa che riecheggia tristemente un documento nostrano quasi analogo, per epoca e ispirazione). Insomma, questo e altro lo potete leggere nel libro curato da Montes-Bradley. Sempre che mi uccidiate per rubarmelo o, se qualcuno riuscirà in altro modo a sottrarmelo, vi fidiate della mia riproduzione, basata su ciò che ricordo. Perché è così che va, con i libri, almeno così credeva William Brett Cassidy, figlio di Butch Cassidy, arbitro del dimenticato mondiale del 1942 che si disputò nella Patagonia argentina.
Poiché non esisteva nessuna libreria nel raggio di duemila chilometri, credeva che i libri fossero unici come i diamanti e che passassero di mano in mano alla morte di coloro che li avevano con sé. (…) L’Etica se l’era portata via da un bar dopo che un gaucho alterato aveva ucciso con una pugnalata un intellettuale irlandese, incidente che Jorge Luis Borges mistificò alcuni anni dopo in un racconto per La Nación, di Buenos Aires. In realtà il libro apparteneva al gaucho, non all’intellettuale, e quando quest’ultimo provò a rubarglielo si scatenò la rissa e l’orrenda morte che consentì a Cassidy di possedere il primo Spinoza… (da “Gli ultimi giorni di William Brett Cassidy” in Pensare con i piedi, Einaudi).
Grande narratore, il Gordo, eh…

* Vibrisse, bollettino di scritture e letture, è curato da giulio mozzi. Esiste dal 4 agosto 2000. Il nome "vibrisse" è stato trovato da Mauro Mongarli.




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18 gennaio 2012
Cani, non cavalli


Non so com’è che girasse per casa, e soprattutto non so che fine abbia fatto, accidenti, ma uno dei primi libri letti da me, bambino, raccontava la corsa al polo Sud tra Amundsen e Scott (rileggendo mi accorgo di aver scritto prima il nome del “vincitore”: non dev’essere casuale).
E, nei miei ricordi, la raccontava dal punto di vista di Scott, il “perdente”, quello arrivato dopo.
Robert Scott c’è arrivato al polo Sud. Solo che lì ha trovato la bandiera norvegese lasciata un mesetto prima da Roald Amundsen, lasciata lì giusto per dirgli: guarda che sono arrivato prima io, caro il mio Scotty (come da foto).
Perché il polo Sud è proprio un punto, segnato in modo indelebile e misterioso sul terreno, e proprio in quel punto preciso Amundsen piantò la bandiera norvegese (difficile abbandonare le convinzioni dell’infanzia, vero?). Amundsen che andò più veloce e arrivò prima grazie alla muta di cani che trainavano le slitte, mentre la decisione di Scott di affidarsi a cavalli pony si rivelò disastrosa, una delle ragioni della sua “sconfitta” e morte.
Della storia si riparla in questi giorni, perché è centenaria, e la grande passione suscitata nel bambino (leggo tanti libri anche grazie a Scott, probabilmente) l’ho riscoperta intatta (sarebbe facile dire: preservata dai ghiacci, da qualche parte dentro di me)...
Tendo naturalmente a stare coi “perdenti”. Il libro, per come lo ricordo, seguiva la corsa leggendo i diari di Scott. Amundsen era un’ombra di sfida e di paura là avanti nel grande freddo.
Tornare a casa dopo un fallimento è durissima. Le pagine di diario degli ultimi giorni di Scott sono penose, ho sofferto qualcosa di simile solo leggendo ‘Chi tocca muore’ o, recentemente, ‘I terribili segreti di Maxwell Sim’ (altri libri che parlano di esploratori, a modo loro).
E comunque, se proprio doveste andarvene, partire, correre al polo Sud o in qualunque altro luogo fortemente desiderato: cani, non cavalli.




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6 gennaio 2012
Come un atomo, Luisito Bianchi

Sembra la storia stessa della chiesa. Pagine e pagine, anche polemiche, su don Verzè, poche righe su Luisito Bianchi, sacerdote, operaio, scrittore.
Eppure gli dobbiamo ‘La messa dell’uomo disarmato’, un grande libro del ventesimo secolo, come dice la copertina “un romanzo sulla Resistenza” (e non solo), che abbiamo letto grazie al grande lavoro di Giulio Mozzi quando curava la collana ‘indicativo presente’ di Sironi, che pure ha pubblicato ‘Come un atomo sulla bilancia’.
Racconta, questo, degli anni da operaio in una grande, dura, fabbrica, del nord. Non la nomina mai, Luisito Bianchi, e neanche nomina la città - non erano importanti per lui, direi, era la Fabbrica, era la Città della Fabbrica, tutte uguali per chi vive del lavoro - ma sappiamo che era qui, a pochi chilometri da casa mia.

La vita in fabbrica, probabilmente, può essere qualificata con buona parte degli aggettivi che si trovano nel vocabolario della lingua italiana ma anche, credo, in altri vocabolari se la fabbrica si trovasse in altri paesi. Siccome il mio vocabolario è molto limitato, ne scelgo un paio, e anche questi senza troppe sfumature.
Ho avuto l’impressione, forse originata dal fatto che ho letto qualche cosa dei tempi antichi, che la vita di fabbrica si ancorasse a epoche remote, una vita antichissima.
(...) Ogni giorno, entrando nel grande reparto, mi vengono incontro i costruttori delle piramidi, i fabbricanti di mattoni della razza di Mosè, gli esiliati che hanno appeso le loro cetre ai salici lungo i fiumi di Babilonia, la folla che grida nei circhi: pane e giochi, i servi radicati alla terra come piante; e queste lunghe teorie di uomini, senza volto né nome, si mescolano con gli amici del mio reparto e prendono il loro nome e il loro volto.
(...) Può sembrare che faccia della demagogia romantica di bassa lega. Non so dire. Per me la schiavitù non è stata abolita da nessuna convenzione internazionale. Continua nella fabbrica, nel mio reparto, con sbarre un po’ più allargate, ma continua... Non hai il numero sulla schiena ma ce l’hai sul cartellino. È lo stesso. Non hai sul petto il marchio del tuo faraone ma ce l’hai sulla tuta. È lo stesso. L’affitto, il pane, il vestito, la vita della moglie e dei figli, dipendono dal tuo faraone che ha sempre il pollice privilegiato, sia in fabbrica che fuori: e se lo rivolge verso terra, ti accorgi veramente che lui è sempre il padrone.
(...) Non è cambiato niente. Sì, le sbarre si sono allargate, le dinastie faraoniche possono mutare più alla svelta con rivoluzioni nei consigli di amministrazione, possono perfino non avere più nome, ma è rimasto tutto perché la schiavitù continui.

La novità, anche, nella fabbrica:

Ma la vita di fabbrica (e scelgo il secondo aggettivo) è anche sempre nuova. Lo dico non per il gusto della simmetria ma perché, quotidianamente, mi appare veramente così. Del resto non trovo niente di strano che una vita antichissima possa essere sempre nuova. Abramo è antichissimo ed è sempre il padre dei credenti. Bach sta compiendo i trecent’anni e mi suona ancora il clavicembalo ben temperato nella mia stanza... Insomma, l’antico e il nuovo nella vita di fabbrica, o semplicemente nella vita, si danno la mano e camminano sul ritmo del mio passo fino a quando mi fermerò; poi non so che sarà, se tutti e due scompariranno e mi lasceranno fissato per sempre nell’istante degli addii, oppure dovrò io regolare il mio passo sul loro, e chissà che corse!

E la speranza (non la fiducia che le cose cambieranno):

Nei tre anni di fabbrica scopersi, infatti, la speranza. È umiliante affermare che la scopersi a quarant’anni, quando già sapevo, fin dai banchi del catechismo, che esisteva come seconda virtù teòlogale. Ma se si scopre tutto in una volta, non c’è più gusto a vivere. Ho il grande desiderio di scoprire ancora qualche cosa l’ultimo giorno della mia vita, prevedendo il rimpianto che avrò nel lasciare indietro molte cose da scoprire. Se uno scopre la speranza non può disperare.
La speranza, che mi venne incontro senza che io la chiamassi, non ha niente a che vedere con la fiducia che le cose cambieranno. La fiducia nasce dalla constatazione di premesse che lasciano intravvedere delle conseguenze nella direzione desiderata. Io non vedo nessuna premessa e, logicamente, nessuna conseguenza; per questo non ho fiducia.

Chi la fabbrica non la vive non è in grado di capirla, ci racconta l’operaio Luisito Bianchi:

I giovani marxisti-leninisti o di Lotta continua che stazionavano, a giorni, davanti alla fabbrica distribuendo volantini, non l’avevano capito e davano l’impressione che la loro passione operaia consistesse nella scelta di frasi e modi di dire molto più frequenti in altri ambienti che non in fabbrica, forse per coprire il loro smarrimento di fronte a una realtà che non potevano conoscere coi mezzi a loro disposizione.

Perché il lavoro è fatto di tante persone, e delle loro azioni:

Tommaso, in ventiquattro anni di fabbrica, ha messo a tacere non so quanti quadri dirigenti coi suoi consigli sulla lavorazione perché, in sostanza, fuori dalla fabbrica sono tutti manovali.

Ci sono tre sindacati nella mia fabbrica; il quarto, quello dei padroni, lo si trova disperso un po’ in tutti e tre, con percentuale variabile a seconda dei piccoli favori che la direzione sa sapientemente elargire. È chiaro che nessuno vuole appartenere a quest’ultimo sindacato e affermare che un membro della commissione interna o della rappresentanza sindacale del primo o del secondo o del terzo sindacato appartenga al quarto, è ingiurioso e calunnioso; ma gli operai non guardano a certe finezze e lo affermano con estrema tranquillità. Io non l’ho mai affermato, convinto che il solo fatto di appartenervi è già abbastanza umiliante per tutti così che non merita nemmeno parlarne. Ciò non mi impedisce di vederlo e di provare una gran rabbia nel constatare quanto possano attrarre le briciole cadute dalla mensa del padrone.

Per gli impiegati il discorso è diverso. Il picchettaggio è necessario. Gli impiegati si credono dei quadri dirigenti e sperano sempre di allargare il loro quadrato. Non s’accorgono che sono anch’essi un puntino benché i tavoli della loro mensa portino la tovaglia. Ma anche loro, adesso, scioperano, in omaggio alla coscienza sindacale che cresce e alle gomme della loro auto.

Giovanni sospira: Te lo dicevo fin dal primo giorno, ci vogliono ignoranti. Loro comandano soltanto se ci sono degli ignoranti.

I tempi buchi sono un inconveniente tecnico che il capitale non è ancora riuscito a eliminare. Ha cercato, bisogna rendergliene atto, di sopprimerli anche nel mio reparto.

Chi era l’operaio, e sacerdote, che lavorava nella grande, dura, fabbrica?

Allora ero focoso perché ero un ragazzo. Ora sono meno focoso anche se mi sento ancora un ragazzo.

La liturgia m’ha sempre appassionato. Ho una certa familiarità coi monasteri benedettini, dove tutto si compie con una perfezione che farebbe invidia al regista più esigente.

la Salve Regina... tanto è penetrante, soprattutto là dove dice che stai galleggiando in una valle di lacrime e ti invita a fare di tutto per non andare a fondo.

Concelebro col parroco, un uomo chic, di quelli che preferiscono dare un’ora e una scatola di biscotti a una vecchietta da diciottomila lire al mese piuttosto che cinque minuti alla discussione salottiera sulla riforma delle pensioni. Le vecchiette gli sono grate e una loro rappresentanza c’è sempre alla messa concelebrata durante la settimana. Se mancassero loro, bisognerebbe restaurare la chiesa per dare una ragione alla sua chiusura. Amo molto le vecchiette, forse spinto da un sentimento di gratitudine per quanto hanno fatto come compagne di viaggio dei loro uomini, ma penso che la messa non è un pio esercizio in preparazione alla buona morte...

Quando c’è la luna, guardo la luna. Non l’avevo mai guardata così a lungo e intensamente perché dicono che guardare la luna sia una faccenduola di liceali innamorati, almeno quelli di una volta. Adesso me ne rido di quello che dicono e guardo la luna, quando c’è; tanto non sono più un liceale. Anche le stelle guardo, quando ci sono, in quei cinque minuti che, spesso, converto volentieri in sei e anche in sette. Così moltiplico per cinque la distanza fra le ruote posteriori dell’orsa e mi catturo la stella polare. È un lusso, lo so bene, guardare ogni quattro giorni le stelle e per più di cinque minuti... Guardarle gratuitamente significa godersele tutte; e solo un operaio che fa il turno di notte se lo può permettere. In questo modo le stelle concorrono a ristabilire un po’ di equilibrio sulla terra a proposito di lusso e di privilegi. Faccio un mezzo cerchio attorno alla stella polare e mi trovo davanti all’orologio della timbratura del cartellino.

E la fine di quell’esperienza ci dice molto, di lui:

L’orologio è andato avanti qualche minuto. Loro stanno pagando il tributo al dio Moloch; io sto scrivendo, nella mia stanza, al caldo, che «loro stanno pagando il tributo al dio Moloch». C’è un po’ di differenza. Per questo, anche se quanto ho scritto dovesse essere un segno della mia gratitudine, ne esco senza orgoglio, a testa bassa

Come qualcosa, della fine, gli insegnò forse l’anziano arciprete del suo paese (dalla “messa”):

Ormai sono vecchio, la mia corsa può terminare da un momento all’altro, l’ultimo porto può essere all’ultima insenatura: per questo sento il bisogno di comunicare a qualcuno tali scoperte perché egli possa continuare la sua corsa portando in sé un po’ di me stesso.

Tieni a mente, caro, quello che ti dice il tuo vecchio arciprete. La vita non si può fermare. Se io ti parlo, è perché la vita ha la sua ultima parola anche sulla morte. Ed è la mia stessa vita che continuerà in te attraverso le mie parole, la vittoria della mia vita sulla morte che la vorrebbe annientare.




permalink | inviato da GrandeTaxiGiallo il 6/1/2012 alle 16:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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